Paola Baratto, Carne della mia carne

03/12/2007
 L'intervista, di Paola Carmignani
 
Prendete un drappello di precari dei nostri giorni, metteteli a lavorare clandestinamente in un’attività di catering condotta da uno strano personaggio. Aggiungeteci i loro sogni confusi, la loro incapacità di vivere. Mettete a contrasto questi giovani inadeguati al difficile esordio nell’età adulta con un patriarca sul viale del tramonto. Mescolate al tutto la sua mania per i banchetti di famiglia e la sua volontà di opporsi alla morte che avanza. A tutti i costi... Ed ecco servita una bella storia di contemporaneità e cannibalismo, uscita dalla penna della bresciana Paola Baratto, che con Carne della mia carne (Manni, pp. 255, 17 ), ci regala il suo quinto romanzo, che per la casa editrice che lo pubblica e per le critiche finora ricevute si affaccia finalmente alla ribalta nazionale.
Cosa è Carne della mia carne?
«Si tratta di due romanzi paralleli - risponde l’autrice -. L’idea del capitalista che si fa cucinare per essere mangiato dai suoi familiari era lì da tempo; e poi avevo una storia di ragazzi che iniziano un’attività di catering, in un clima di precariato... A un certo punto ho pensato che le due cose potessero riverberarsi, darsi risalto reciprocamente. Oliviero Almonte, infatti, il patriarca, si può permettere qualunque cosa, mentre i ragazzi (Angelica Brume, Marco Schiava, Gregorio Labrusca) non possono neanche pensare al proprio futuro e ai propri sentimenti, perché devono vivere giorno per giorno... Questo contrasto mi ha convinto ad unire le due storie».
È stato difficile affrontare un tema terribile come il cannibalismo?
«A un certo punto mi ero fermata, perché la materia mi sembrava un po’  forte. Avevo provato quasi un rifiuto. Così, nel frattempo ho scritto Solo pioggia e jazz, che mi sembrava più compatibile col mio stato d’animo di allora. Poi, nel riprendere Carne della mia carne, ho evitato qualunque compiacimento nella descrizione della follia di Almonte, anche perché il genere splatter non è nelle mie corde».
Un filo rosso nella Sua opera è la capacità di descrivere adolescenti, o ex adolescenti, che faticano a maturare... In Carne della mia carne, ad esempio, è vero che c’è il precariato, ma è anche vero che questi individui non crescono...
«Nel mio libro non ci sono i buoni e i cattivi. Se c’è una visione severa del patriarca e del rampantismo di famiglie che restano chiuse in sè, c’è anche una visione non necessariamente buonista (pur se con tutte le scusanti del caso) di ragazzi che, tranne forse uno, sono rassegnati, passivi, con le idee poco chiare».
È una malattia infantile dei quarantenni di oggi...
«Fino a una certa età per i giovani sembra che tutto sia possibile e si sogna molto; poi ci si trova scaraventati in un mondo che è (e sempre più sarà) molto duro. Perché il precariato è, appunto, una condizione drammatica, le cui conseguenze rischiano di essere devastanti».
Come lavora sulla pagina
?
«Ci lavoro molto, soprattutto per sottrazione. Mi preoccupo di essere chiara, e vado cercando la leggerezza. Cerco di eliminare il superfluo».
Un critico de «La Stampa», Sergio Pent, si è espresso senza mezze misure sul suo libro, definendola «una scrittrice tanto vera quanto sconosciuta, (...) che merita ben più del precariato in cui finora lei per prima è stata confinata». È così difficile uscire dal guscio della provincia?
«Molto difficile. È una cosa che ho scoperto man mano. I giornali nazionali, generalmente, sono sempre più monopolizzati dalle grandi editrici. Si tratta di trovare un giornalista libero, che, se ama un libro, non ha problemi a scriverne. Sui giornali locali invece è più facile avere spazio. E anch’essi hanno tanti lettori...».
Dopo quell’articolo, è successo qualcosa?
«Ho ricevuto qualche invito. Ho presentato il romanzo a Roma, in un piccolo caffè letterario vicino alla fontana di Trevi. Lì ho incontrato persone appassionate di libri, e anche con un certo candore che mi ha colpito. Ho altre richieste di presentazioni. A breve, oltre a quella bresciana, ce ne sarà una a Padova».
Scrivere è un divertimento, ma anche una necessità: quale è la sua necessità di scrivere?
«Me lo chiedo sempre, e trovo sempre risposte diverse. Scrivere è anche piacevole. Per me la parte più faticosa è la promozione del libro. La scrittura invece mi ripaga di tutto. All’inizio avevo la fantasia dello scrittore tormentato, e mi immedesimavo in quel ruolo. Ora è solo un atto liberatorio. Mi piace la gratuità del gesto».
E allora, perché si scrive?
«Anche per evitare di farsi delle domande. A volte si ha paura a farsele. Scrivere è già una risposta».
Come va il suo sito?
«Lo tengo sempre aggiornato. Chi legge il libro può scrivermi e avere un confronto. In questi anni ho avviato anche amicizie gradevoli. Mi scrivono alcuni affezionati, persone molto diverse...».
Dialogando con loro scopre qualcosa?
«Mi incuriosisce vedere come ognuno prediliga un libro rispetto agli altri... e tutti per motivi diversi».
Perché lei preferisce lasciare sfuggenti i contorni delle storie?
«Credo nella libertà di interpretare. Non me la sento di imporre. È uno spazio che va lasciato al lettore. Anche le mie descrizioni fisiche sono sommarie: ognuno può immaginare il personaggio a modo suo».
Lo fa perché non potrebbe fare diversamente, o per una precisa scelta?
«È una scelta. Spesso sfumo anche certe affermazioni, per paura di risultare retorica. I miei primi libri erano più aforismatici, ma adesso non lo farei più. Potrebbe sembrare presunzione. Allora ho cambiato. E ho aumentato la quota di ironia».
Possiamo dire che il suo percorso, dal primo libro ad oggi, è stato un progressivo distacco narrativo e la ricerca di una maggiore leggerezza?
«Esatto».
Cosa aveva "Di carta e di luce", rispetto agli altri suoi romanzi, da essere definito dal critico sopra citato come un «libro perfetto»?
«Dal mio punto di vista, sono meglio costruiti gli ultimi due libri, che sono retti da una sorta di numerologia, che non si vede ma c’è. Di carta e di luce era la libertà assoluta, e forse proprio questo è piaciuto. La storia era movimentata, proiettata nel futuro. Avevo lavorato molto sulla documentazione».
Come vede oggi il suo futuro di scrittrice?
«Sono molto disincantata. Ogni tanto qualcuno mi manda qualche poesia o un manoscritto da leggere. Nel mio piccolo, cerco di dargli qualche consiglio e soprattutto gli dico di abbassare il tiro: credo che si debbano avere poche pretese».
Proseguirà?
«Ho terminato questo romanzo pensando che sarebbe stato l’ultimo. Ero un po’ amareggiata. Poi, le recensioni hanno aperto uno spiraglio, il libro ha avuto anche un passaggio televisivo, e mi sono rincuorata. Tanto, si è scrittori sempre e si vive quasi naturalmente su due piani: la vita e la scrittura».
C’è già un libro in gestazione?
«Ne ho un paio, da riprendere in mano. Anch’io (lo dico con autoironia...) sono come i miei protagonisti: spero sempre nel colpo di fortuna».
E intanto, cosa legge?
«Sono rimasta folgorata da L’eleganza del riccio di Muriel Barbery. È un libro straordinario. Poi mi è piaciuto l’ultimo di Paola Mastrocola. Per il resto, seguo sempre Marias, Kundera... E amo Proust. Fra gli italiani, rileggo soprattutto Sciascia e Pavese; quando voglio imparare qualcosa, vado a lezione da loro».

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