Paola Baratto, Giardini d'inverno

28/02/2015

Quelle dodici storie tracciate su carta per i giardini d’inverno, di Mariella Cortès

Più che personaggi, stati d’animo. Non importa quanto le loro vicende possano essere verosimili, quanto sfiorino l’idea dell’immaginazione o si avvicinino alla linea della realtà. In “Giardini d’inverno” (Manni), Paola Baratto crea 12 storie, apparentemente separate: i suoi sono “personaggi di racconti”, che usano come metafora lo spazio tra la casa e l’esterno, che protegge ed è protetto, colmato di fiori.
In quello che da reale diviene luogo della psiche umana, c’è chi colleziona sassi, perché ricordano rimorsi e persone, chi ama i termini desueti e si chiede perché le persone scelgano con più cura le parole degli abiti, chi ama circondarsi di silenzi o contemplare la nebbia. Collezionismi, Altrimondi e La lingua delle cose mute, sono le tre sfumature di questo piccolo gioiello narrativo, dove fanno da colonna sonora gli abbracci tra sensazioni delle rime di Baudelaire. Racconto dopo racconto, insieme ad Edoardo, Giulia, Madame e gli altri, incontriamo un nostro ricordo o sensazione che abbiamo provato almeno una volta in vita. Come l’attaccarsi ad un oggetto perché ricorda qualcosa o qualcuno, l’affezionarsi agli edifici al punto da sentirli come nostri, l’idealizzare un luogo per poi rimaner delusi al momento della visita, l’immergersi in un’opera d’arte, giudicare una persona apparentemente diversa senza chiedersi “cosa veda lei” o, ancora, cercare di comprendere, negli opposti e nelle ombre che non esisterebbero senza luce, noi e il mondo.
 
 

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