Paola Baratto, Saluti dall'esilio

08/03/2010
I pupazzi televisivi e l’arte di mentire, di Francesco Mannoni
 
L’effimero che governa il nostro tempo, la falsità che lo incipria e l'ambiguità che lo deforma, sono i binari sui quali scorrono le vicende del sesto romanzo di Paola Baratto. Si intitola Saluti dall’esilio (Manni editore, pagine 178, € 18) e l’autrice, con linguaggio perforante s’addentra nei labirinti degli studi televisivi dove ignari spettatori vengono coinvolti in dinamiche sconosciute, addomesticati e usati in funzione del tornaconto del burattinaio.
Uno di questi, Aldo Piazza, predisposto alla manipolazione, acquista visibilità e fama, ma quando per chissà quali alchimie non sa più svolgere al meglio il suo compito e diventa pericoloso per il baraccone mediatico, viene “esiliato” in un’isola greca, assistito da Sandro, insipido guardiano. Sull’Isola giunge anche la giornalista Isa, sorellastra di Sandro, alla ricerca di uno scoop, espediente nel quale inglobare vita e fantasia per offrire al pubblico scodelle di melassa e cicuta. Il suo rapporto con Sandro, ambiguo e incestuoso, riassume il mondo bacato del presente racchiuso in un rettangolo luminescente.
D’altro tenore la funzione di Oreste, figura altrettanto emblematica nel caos delle ossessioni che investono il mondo contemporaneo. Come facce di una medaglia, Aldo e Oreste sono mentitori di professione, ognuno compreso nel “vizio assurdo” di un’esistenza che lascia cadere le sue reti nel mare della mediocrità, ma anche nei colorati ed esclusivi acquari. Ne parliamo con l'autrice.
Due vicende di falsità per un mondo di esperta ambiguità? Chi sono veramente Aldo e Oreste?
«Oreste è il contraltare di Aldo. Profondamente diversi per storia, carattere e cultura, utilizzano entrambi la menzogna, ma per fini diversi. Nessuno dei due lo fa in maniera inconsapevole, ma per Aldo è lo strumento per acquisire e poi mantenere la popolarità tanto desiderata, per Oreste è qualcosa di più nobile, di strettamente legato al potere dell'immaginazione, all'istinto vitale, al desiderio di sognare ancora, anche se al passato, fantasticando su cosa avrebbe potuto fare nella vita. In lui, ho voluto vedere una specie di piccola metafora della letteratura, la quale inventa storie, manipola la realtà, ma, forse, può rappresentare davvero un elemento salvifico. Non per l’umanità intera ma, perlomeno, per il singolo. Mentire, per chi scrive, è una forma di onestà».
La televisione è il modello plagiante della società contemporanea che crea miti, ma guai a trasgredire alle regole dello spettacolo. Quanto e come manipola la tv?
«Non la demonizzo per partito preso, sono cresciuta con la tv degli anni Sessanta ed è un peccato che ora sia utilizzata male perché potrebbe essere un grande strumento. Spegnerla non ci salva e non ci serve. Beniamino Placido diceva che il cambiamento passa dalla televisione. Per chi scrive dell'oggi guardarla è necessario. A volte ci si rende conto di come sia cambiata la società anche guardando certi programmi. Ma se non si hanno le difese d’uno sviluppato senso critico, l’ottundimento del cervello è in agguato. Quello che mi sconforta è l'opera di banalizzazione che viene portata avanti. Non c'è argomento che sia al riparo dal tentativo di abbassare il livello, di mettere tutto sullo stesso piano, Dante Alighieri e il libro del comico del momento».
 

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