Paola Baratto, Saluti dall'esilio

24/04/2010
Un'intervista , di Piera Maculotti
 
Martedì prossimo, 27 aprile, alle 18, al Teatro Sancarlino di Brescia (corso Matteotti 6/a), verrà presentato il nuovo romanzo di Paola Baratto, Saluti dall’esilio (Manni). Interverranno Claudio Baroni (vicedirettore delGiornale di Brescia) e Massimo Tedeschi inviato di Bresciaoggi). L’incontro è in collaborazione con l’Associazione cultuale La Piramide. La scrittrice bresciana sarà poi al Salone del Libro di Torino (in data da precisare). Intanto, sino a fine mese è possibile scaricare gratuitamente in formato pdf, dal sitowww.mannieditori.it, il suo precedente romanzo Carne della mia carne.
«Mai farsi disarmare dei propri segreti», dice il personaggio Isa, aggiungendo: «Sono molto gelosa di quel che racchiudono i miei silenzi». I silenzi di Paola Baratto, scrittrice bresciana ormai ben affermata e prossima al debutto alla Fiera del Libro di Torino, si rompono ogni tanto con storie sempre sorprendenti. Come Saluti dall’esilio, di cui parliamo con lei.
Partiamo da qui: c’era una volta un ghostwriter, ruolo quanto mai attuale visto il film di Roman Polanski, ora nei cinema...
Non so se sia così nel film di Polanski, che non ho ancora visto, ma l’idea del cervello clandestino, dell’uomo ombra ha interessanti risvolti metaforici. Mi piaceva anche raffigure una persona molto dotata di talento che, considerata l’impossibilità di sfondare con la propria identità, mette in vendita le proprie capacità e diventa un compiaciuto mercenario della parola, scrivendo testi che non condivide per persone di fama che non stima. Non è la prima volta che in un romanzo analizzo un cinico che ha messo a frutto le proprie sconfitte. Di tali personaggi mi affascina, letterariamente, il potenziale di ambiguità.
Come è nata l’idea di questo libro?
Lo spunto è televisivo. Già anni fa avevo registrato una diffusa smania di protagonismo nella gente comune, subito sfruttata dai conduttori tv...
Ancora una storia di giovani con lavori inconsueti, senza futuro...
Due personaggi di 30 e 40 anni messi confronto con generazioni che, forse, non hanno mai sperimentato questa totale assenza di prospettive,ma avevano vissuto l’entusiasmo del dopoguerra e della ricostruzione.
Che cosa significa esattamente Saluti dall’esilio?
Dovrebbe suonare come uno sberleffo. Ma interpreta un sentimento che si sta diffondendo: l’amara presa di distanza da un Paese in cui non ci si riconosce più. È la tentazione di chiamarsi fuori, di vivere in un esilio metaforico, senza più indignazione né nostalgia di casa.
Esiste un gruppo su Facebook a sostegno del suo libro, che prende il nome dal titolo: vuole dircene qualcosa?
Ne fanno parte lettori e amici, in una sorta di evoluzione del passaparola. Che non può e non deve sostituire la critica, diciamo così, professionale, ma che può e deve aiutare a mettere in rete opinioni e sensibilità che sempre più faticano a ritrovarsi.
Lei sarà ospite alla Fiera di Torino: che effetto le fa essere in un luogo che significa molto per chi ama i libri?
È un traguardo che m’intimidisce e mi gratifica. Ma non m’impedisce di vedere che la strada resta in salita, perché conosco le difficoltà e non le dimentico.
Uno dei suoi libri (Dante aveva la forfora) è reperibile solo on line al suo sito. Il precedente Carne della mia carne, dopo l’edizione cartacea, ancora per qualche giorno è scaricabile liberamente dal sito dell’editore Manni. C’è differenza fra il lettore che acquista il libro e quello che lo stampa a casa sua?
È una differenza soprattutto anagrafi ca. Chi scarica l’e-book spesso è giova- ne, mentre noi siamo inguaribilmente legati al libro cartaceo. Ma, a volte, può anche essere un modo per “assaggiare” l’opera d’un autore che non si conosce. Quindi ben venga questa possibilità.
Che influenza hanno le altre arti (musica, pittura, etc.) sulla sua scrittura?
Irrinunciabile. Quelli del cinema e delle altri arti sono linguaggi, visioni, punti di vista con cui mi confronto. La musica, diversa per ogni romanzo, è il “liquido di coltura” delle mie storie.
Lei ama gli animali?
Li amo e li compiango perché sono in balia della crudeltà degli uomini. O della loro indifferenza, come nel libro.
Lei scrive col suo gatto vicino?
Per 18 anni il mio primo adorato gatto è stato “l’angelo” discreto del mio studio. L’attuale, giovane e intemperante, mi cammina sulla tastiera, ma crescerà...
Quali letture l’hanno influenzata di più?
Mi piacerebbe poter dire di aver preso la direzione di alcuni autori che ammiro, ma col mio passo. Anche se andrà molto meno lontano. Mi sono sforzata di seguire la frase pulita e asciutta di Leonardo Sciascia, la prosa lirica di Cesare Pavese o Francesco Biamonti, il gusto per le atmosfere di Georges Simenon. E la spietata osservazione dei comportamenti umani di Marcel Proust.
Come scrittrice lei è allodola o gufo? Ovvero a che ora preferibilmente scrive?
Preferibilmente al pomeriggio. Vorrà dire che sono... “piccione”?
Ultimamente ha letto qualche libro che l’ha colpita?
Thérèse Desqueyroux di François Mauriac e tutti i potenti romanzi dell’autrice ungherese Magda Szabò. Tra gli emergenti italiani l’ultimo di Claudio Morandini, Rapsodia su un solo tema.
Se potesse cambiare qualcosa dell’esilio in cui viviamo, da dove comincerebbe?
Un più diffuso e solido senso civico farebbe un gran bene. Senza quello, qualunque sfoggio di amor patrio diventa un atto vacuo e superfluo.

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