Piera Mattei, L’equazione e la nuvola

01/03/2010
Limiti e vie di fuga, di Rosa Pierno
 
Ciò che visivamente tesse la poesia di Piera Mattei nel suo ultimo libro, L’equazione e la nuvola, è di fatto una spola che percorre non analizzabili materie: mentali, immaginarie, oltre che percettive e mnemoniche, sebbene si diparta sempre da ciò che cade sotto il suo sguardo. Eppure, tale spola, sulla pagina, deposita parole che di questo percorso, complesso e inestricabile, segnano, inequivocabilmente, sul foglio la traccia. Quasi compattando una rete di metafore che associ realtà psichica e realtà scientifica, quella poetica e quella esistenziale. Parole sono in grado di tracciare boe – come punti che, interpolati, possano ricostruire una direzionalità -, di tratteggiare sentieri come se esistessero. Siamo già giunti in presenza dei limiti del linguaggio: la metaforicità che quasi obbliga attraverso l’analogia a convogliare la realtà negli imbuti della nostra mente, facendoci proiettare sulla realtà le nostre modalità di organizzare e di percepire. Eppure, se questo è vero, è vero anche che proprio il linguaggio poetico ci aiuta a evadere da tali strettoie e a farci tentare una diversa via di uscita, così come possiamo individuare nelle parole di Piera: «non dubito che cantassero i pianeti / prima che nuovi angeli imponessero / rumori non più canti». A dire quanto tutta la cultura è costituita da limiti e da vie di fuga, da concetti fondanti e da concetti relativi. E la coscienza delle modalità in cui sistemiamo il mondo, mai deve venire meno per non incorrere nella stupida conclusione che scienza e arte non le condividano in qualche modo: «e dura e calpestabile la soglia / dove l’uno nell’altro trapassa». A questo punto la consapevolezza di utilizzare anche i miti come forma conoscitiva non sortirà l’effetto di essere incorsi in credulità, ma di aver saputo utilizzare tutti gli elementi culturali più disparati per creare la propria visione del mondo: «sorrido a mitologie senza sospetto / d’essere in errore». Il poeta può, infatti, per la specificità del proprio prodotto, la poesia, appunto, utilizzare materiali incongruenti, associare visioni di epoche differenti, unire modalità linguistiche prelevate da contesti diversi e far convivere tutto questo in una visione che illumini il lettore come una nuova scoperta, una rivelazione. Ed ecco, dunque, la magnifica tangenza tra nuvola ed equazione, a cui, pure, sono attribuibili due differenti bellezze. E di bellezza la Mattei è in cerca come un’assetata nei suoi viaggi, i quali, diversificando il contesto di ricezione, alla nostra attenzione quotidiana diventano visibili. Piera è pronta ad afferrare rapidamente qualsiasi inattesa congiunzione – colombe che si abbeverino a una fonte, una pianta che spunti da umide pietre – con quell’attenzione dedicata di cui pure i materiali e gli accadimenti più umili necessitano. È anche per questo che il linguaggio di Piera è solo concreto, lineare, votato alla semplicità degli oggetti che descrive, quasi privo di rimandi metafisici, sebbene le parole ricordo, verità, mente, ordine fungano da collante o da viatico per tutte le cose prosaiche che cadono sotto il suo sguardo, sempre appassionato e accogliente. D’altronde, nessuna analisi scientifica potrà esaurire la risposta che vogliamo avere dall’intero mondo, per la nostra esistenza – e non a caso la disparità tra le modalità di analisi (poetica e scientifica) si fa più evidente quando l’oggetto in questione è il rapporto con l’altro: «osservo misuro / raccolgo le informazioni / possibili sul tuo quadrato di pelle». Non sfugge un sottile rimprovero verso una considerazione che si volesse solo oggettiva delle cose. La mescola, le impurità, le imperfezioni per la Mattei sono indispensabili per cogliere la poesia dell’esistente.

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