Piera Mattei, Melanconia animale

01/05/2009
Recensioni, di Lea Canducci

Nella nota dell’Autore, verso la fine del libro Melanconia animale, Piera Mattei, riferendosi a una frase del Fedro di Platone, dichiara: “Il progetto di usare la scrivania come un campiello, di considerarla il mio domestico giardino continua ad affascinarmi…”

Un’accettazione serena e legittimata di un proprio sentire, che si conclude con la consapevolezza avallata di essersi arricchita nella ricerca della propria scrittura. Scrittura che si avvale anche dell’esperienz aid grandi autori come Borges o Barthes, di cui ha seguito le tracce e le modalità espressive, pur conservando la propria originalità “per narrare l’incomprensibile intreccio della vita, e delle vite, la loro interrogativa irragionevolezza”. Un incomprensibile “intreccio della vita” ma narrato dall’Autrice con padronanza dle giusto ritmo, senza eccessi e velleità sperimentali, spesso intriso di ironia o di amarezza, ma anche di drammaticità, particolarmente in questo nuovo libro.
Sono racconti brevi, essenziali, scritti quasi tutti in prima persona, ricchi di riflessioni, di confronti con varie realtà, di malinconie identificatorie, dove un certo rispecchiamento del proprio se porta Piera Mattei a una sempre maggiore capacità di conscientizzare la propria esperienza di scrittrice.
Già i primi due racconti “Attraversamenti e deserti di gelo” e “Come in un quadro di Hopper” sono rappresentativi, da una parte della coscienza di un realtà non dominabile e deprivante, ma vissuta con coraggio e senza illusioni, e dall’altra di un senso di impotenza e di angoscia esistenziale.
Molti sono racconti di viaggio, sempre ricchi di osservazioni, note culturali e antropologiche, anche se accompagnate spesso da comportamenti fobici e ansiosi della protagonista del racconto.
Particolarmente coinvolgente è il testo “Sguardi incidenti” che parla di un viaggio in Marocco in cui la narratrice, invitata a una conferenza scientifica, parla in particolar edle libro che aveva portato con sé. Il libro, il cui autore è Roland Barthes, è intitolato Incidenti (uscito postumo nel 1987).
Nel libro Roland Barthes, riferisce la protagonista: “s’interroga sulle possibili giusticiazioni di un Diario, la cui misura è il frammento. Sarà un laboratorio di frasi: non di ‘belle’ frasi, ma di frasi giuste;…”. Importante proponimento che Piera Mattei apprezza in modo particolare e noi con lei.
L’esplorazione e la conoscenza del luogo e delle persone nel racconto sono varie e interessanti (in particolare l’alto livello professionale raggiunto dalle donne marocchine), procurando alla nostra Autrice una profonda soddisfazione. Soddisfazione che può derivare anche da un armonico rapporto con gli animali: “Sulla sabbia lentamente abbracciata una coppia cammina. Un cane piccolo di pelo chiaro saltella intorno ai sandali umidi. Abbaia all’ondeggiare delle vesti, al profumo che dal movimento si esala”. Così si chiude questo originale e ricco racconto di Piera Mattei. La quale, come ogni scrittore che si rispetti, è attratta giustamente anche dal problema della forma e della lingua.
Colto e attuale il discorso del testo “Dialoghetto”, dove un’Allieva e un Maestro di lingua spagnola si scambiano esperienze, opinioni e confidenze. Alla fine è scritto: “Chiudono l’album delle foto. Un po’ coloriti in volto ma nessun tremito nelle mani aprono testi di poesia. A turno, come tutti gli altri giorni, leggono e traducono”. Dove è evidente che dietro l’apparenza si nasconde un profondo senso di solitudine e di malinconia.
Racconti avvincenti, spesso con un fondo filosofico, che si traduce a volte in sentimento di impotenza e che, come dice bene Cristina Annino nella prefazione, hanno “tutta l’agilità di una lingua volutamente semplice, coltamene semplice, e forte, per assemblaggi lessicali, dove la forza viene appoggiata su vocaboli di vistosità zero. Abilità che solo un più che notevole addestramento linguistico può realizzare.”
Alcuni testi assumono il ruolo di rappresentazione proiettiva, dove la protagonista gode di ciò che le viene offerto fissando il proprio sguardo nella realtà esterna, come in un gioco, in piena coscienza e autonoma gestione della propria razionalità e creatività. Ma non manca un senso quasi metafisico di certi avvenimenti, di certe azioni che superano il tempo e lo spazio, dove la volontà e l’esistenza sono spesso guidate da imprevedibili situazioni. In particolare l’interessante racconto intitolato “Links-Legami” che ci mostra anche la polivalenza del sentire e dell’espressività della nostra autrice. Una scrittura ricca e armonica, a nostro parere, espressa ancor più nella sezione “Malinconia animale” che dà il titolo al libro, dove animali domestici o addomesticati sono i personaggi principali. La loro malinconia è appresa dagli uomini; nasce dalla noia dovuta alla situazione in cui vivono, dal senso di propria precarietà esistenziale e di deprivazione affettiva in particolare.
Concludono il libro due testi intitolati “Il gibbone” e “Un’invenzione pedagogica”, specificamente “Lo sguardo” e la “Sedentarietà”, in cui la protagonista si fa dominante ed empatica di una particolare caratterialità e giocosa nevrosi ossessiva. Dove la volontà e la consapevolezza comunque la sostengono in una interazione non colpevole, ma affettuosamente autoironica. Non orgoglio, ma la coscienza di poter capire e vivere realtà nascoste, non sempre accessibili a tutti, unite a un sentimento leopardiano vissuto come un passaggio faticoso, ma da vivere in sé e per se stessi.

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