Piero Manni, Il prete grasso

04/07/2009

Salento, hai in testa un nugolo di api, di Giacomo Annibaldis

È un flash della memoria d’infanzia o un relitto di agiografia popolare? Un bambino si è impiastricciato la bocca e le dita con una zolletta di zucchero e immediatamente vede le mani e l’intera sua testa «pressoché celata dal nugolo» di api. All’orizzonte azzurro e salentino si staglia una madre che «a fatica teneva serrato con le mani crociate sulla bocca il grido panico che, ben capiva, avrebbe rotto l’incantamento».
È questo il fulmineo racconto che apre il libricino (della collana dei «Chicchi» della Manni ed.) intitolato Il prete grasso, scritto da Piero Manni medesimo. Più che una novelletta, è una reminiscenza dall’impasto antropologico, che sembra voler affiorare – grazie anche al linguaggio colto – da un arcaico deposito di immaginazioni popolari che sconfinano con il magico e il sacro. D’altronde le api sulle labbra di infanti non era forse un topos dell’agiografia mitica e religiosa? E non è compendiato lo stesso «incantamento» nella vita di sant’Ambrogio nella cui bocca, ancora piccolo, uno sciamo di api si posò, dando la stura al fatto prodigioso, carico di segni di predestinazione? E altrettanto profetico era che i piccoli «uccelli delle Muse» si fossero posati sulle labbra di Saffo e di Pindaro, di Platone e di Sofocle.
La narrativa di Piero Manni coniuga una predisposizione veristica a una più raffinata attenzione alla cultura e alle tradizioni popolari. E i suoi tre brevissimi racconti – oltre a Carezzavo le api, anche Il prete grasso e Il carrubo – non a caso sembrano ambientati al tempo delle indagini di Ernesto De Martino nel Salento (per il morso della taranta e per i riti funebri), quei favolosi anno Cinquanta. Un piccolo mondo antico riaffiora dalle paginette, scarne ma emozionate, dove filastrocche, proverbi, riti quotidiani si intrecciano con il sociale e il politico (come «voce dal sen fuggita», fora le righe – coperte dalla patina antica della memoria – anche un’attuale indignazione: le angurie israeliane e i campi profughi palestinesi!).
Era il tempo in cui i santi avevano un loro ruolo nella natura e nella vita dei contadini; ma anche il momento in cui qualcuno incominciava ad alzare la testa e a ribellarsi, a «votare falce e martello e aspettare che venisse Baffone». Come Tata Mimmi che rifiuta fino all’ultimo il prete per l’estrema unzione. E quando i parenti gliel’impongono, muore esalando il bisbiglio: Vaffanculu.
Saggezza e tragedia popolare traspirano dalle storie del Prete grasso. La saggezza, dalle favole della nonna con le misteriose regole della natura stigmatizzate attraverso arcani enigmi: quale il destino del carrubo «di avere il frutto successivo quando non sarà ancora maturo quello dell’anno precedente»…
La tragedia, invece, dall’irrequietezza di Checco, il secondogenito della famiglia, preso da un impulso irrefrenabile a fare birichinate. Sicché, dopo aver bersagliato con le uova appena raccolte nel pollaio la biancheria stasa al sole (quasi per un anticipatore gesto alla Pollock, con estetiche striature gialle e bianche sulle lenzuola-tele) si rifugia in una cisterna per la paura della punizione. «Checco aveva otto anni allorquando si nascose nella cella in fondo all’ultimo corridoio del grande magazzino sotterraneo, e non ne uscì finché visse», scrive Manni, indicandoci con una conclusione favolistica un dramma antico e moderno. Checco, che in altri tempi avrebbe detto: fu caro agli occhi dei. Checco, che ci appare parente stretto ai fratellini di Gravina.

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