Polo-Rinaldini, In basso a sinistra

06/05/2014

Libri e conflitti, di Vittorio Bonanni

Centosessanta pagine di passione, rabbia e intelligenza scritte da chi in questi ultimi trent’anni ha assistito da protagonista e da combattente ad una deriva via via sempre più evidente che ha coinvolto i partiti della sinistra da un lato e i sindacati dall’altro. Stiamo parlando di “In basso a sinistra” (Manni, pp. 162, euro 14,00) dove l’ex segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini e il giornalista Gabriele Polo, già direttore de “il manifesto”, raccontano una storia cominciata alla fine degli anni ’70 e in particolare nell’autunno ’80 alla Fiat e “terminata” in questi ultimissimi anni e mesi con una perdita delle ragioni esistenziali che stavano alla base delle organizzazioni sindacali e dei partiti della sinistra. Una vera e propria Caporetto dove a prevalere sono state le ragioni di una politica sempre più autoreferenziale e disattenta nei riguardi di chi normalmente sindacati e sinistra dovrebbero rappresentare. Ovvero la classi lavoratrici, un mondo del lavoro sempre più in via di trasformazione ma nella direzione di una perdita sempre più forte dei diritti e di una parcellizzazione delle mansioni. Un cambiamento che ha visto questi soggetti deboli sempre più vulnerabili e privati di quella difesa che normalmente dovrebbe arrivare da chi invece in questo compito è mancato clamorosamente. Nella prima parte del libro è appunto Rinaldini a raccontare in prima persona le tappe di una ritirata dalla quale però si è smarcata valorosamente la Fiom; un vero e proprio diario di viaggio che, nella seconda parte, diventa un dialogo con Polo, attualmente direttore di I-Mec, periodico in pdf dei metalmeccanici della Cgil, giornalista che si è occupato prevalentemente di tematiche sociali e sindacali. Il predecessore di Maurizio Landini fa partire non a caso la storia di questo clamoroso arretramento nel capitolo “Il capitale dichiara guerra al lavoro” - titolo che evoca quello del libro di Luciano Gallino “La lotta di classe dopo la lotta di classe” – con la sconfitta alla Fiat del 1980 “che, con lo smantellamento di una delle esperienze più avanzate dei consigli di fabbrica, annuncia una modifica dei rapporti di forza tra Confindustria e sindacato, tra capitale e lavoro, perché nel più importante gruppo industriale del paese si afferma, attraverso un durissimo conflitto sociale, il ripristino del comando assoluto dell’impresa sull’organizzazione del lavoro e sulla prestazione lavorativa come condizione per attuare processi di ristrutturazione e riorganizzazione anche con l’utilizzo delle nuove tecnologie”. Da allora nel giro di pochi anni le cose cambiano radicalmente. Con l’89 muta definitivamente la natura politica dei due principali partiti di sinistra ai quali fa riferimento la Cgil, il Pci e il Psi, che poi scompariranno dopo Tangentopoli, il primo cambiando nome e accentuando l’allontanamento dai naturali soggetti sociali di riferimento; il secondo stroncato dalle inchieste giudiziarie. Chi si salverà tra i socialisti entrerà nel Pds o in Forza Italia, a seconda delle inclinazioni o convenienze. In questo contesto, racconta Rinaldini, dopo anni di travaglio durante i quali nella Fiom si susseguono in otto anni tre segretari generali, Garavini, Airoldi e Vigevani, arriva finalmente nel 1994 il turno di Claudio Sabattini, che porrà le basi, ancora adesso molto solide, del sindacato autonomo ed indipendente, tentando nell’impresa di condizionare una Cgil, al contrario, attenta agli equilibri politici che si creavano dentro il Palazzo. La storia è fatta di interlocuzione e contaminazione positiva con Corso d’Italia fino a quando Sergio Cofferati si è trovato a dirigere il massimo sindacato italiano. Ricorda Rinaldini come l’attuale europarlamentare del Pd riuscì a resistere agli attacchi che venivano dall’allora Pds da Veltroni da un lato e da D’Alema dall’altro, che lo accusavano di non essere all’altezza dei tempi, che esigevano un salto verso la “modernità”. Eccoci dunque arrivati al biennio 2001-2002, con la grande mobilitazione altermondialista e pacifista a Genova, e quella della Cgil in difesa dello Statuto dei lavoratori e con una posizione nettamente schierata contro la guerra. Ne nasce una grande mobilitazione politica che vede un punto di riferimento nell’ex segretario della Cgil, sostituito nel frattempo dal suo vice Guglielmo Epifani. Ma ben presto anche questa diventa una nuova occasione mancata. La guerra che i vertici del Pds fanno a Cofferati sostanzialmente distruggono quel movimento e quelle aspettative. Mentre la gestione Epifani e successivamente quella Camusso aprono definitivamente la strada a quello che non è arduo definire un mutamento antropologico del sindacato che fu di Giuseppe Di Vittorio e Bruno Trentin, con un legame sempre più forte con il quadro politico e una sua conseguente istituzionalizzazione. Neanche la grande mobilitazione del 13 febbraio 2009 contro l’accordo separato Confindustria-Cisl e Uil del 22 gennaio serve a frenare questa deriva. Con un naturale e sempre più duro conflitto con la Fiom.
“La guerra dei trent’anni” è invece il titolo della seconda parte del volume dove l’ex segretario della Fiom dialoga con Polo. Non è un titolo casuale. Dopo le grandi conquista degli anni ’70 è iniziata la guerra del capitale contro la sinistra e il movimento dei lavoratori che ha portato alla drammatica situazione di oggi, in Italia particolarmente aggravata da una sinistra messa letteralmente in un angolo e quasi scomparsa. “La lunga guerra di classe del capitale contro i salariati – scrive l’ex direttore de “il manifesto” – avviata negli anni ’80 del Novecento nel cuore delle società occidentali – dagli Usa di Reagan alla Gran Bretagna di Thatcher – è iniziata rendendo precario il lavoro – le sue condizioni, il suo prezzo, i suoi tempi – per poi estendere la precarietà all’attuale sistema d’accumulazione capitalistica”. Emerge, nel corso del dialogo tra i due autori del libro, tutta l’emergenza democratica che ha portato l’Italia e l’Europa nel suo complesso in una situazione di degrado sociale inimmaginabile trenta o quarant’anni fa. “Governi di centro-destra e di centro-sinistra hanno più o meno fatto le stesse cose” dice Rinaldini che sottolinea altresì l’incapacità del “sindacato europeo di articolare una proposta di Europa sociale da rivendicare e per cui battersi”. Un sogno quello di vedere di nuovo la sinistra e i sindacati rappresentare quel mondo ogni giorno più grande di lavoratori sempre più privi di diritti e che tanto somiglia a quello di fine Ottocento? E sarà capace la Cgil di raccogliere questa sfida? Il sindacalista emiliano se lo chiede e se lo auspica. Ma i timori di perdere un’altra occasione “per ridare senso, pratiche e progetto alla parola sinistra” prevalgono sui doverosi auspici.



 

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