Rescigno-Lerro, Gli occhi sul tempo

01/02/2009
Per competenza, di Roberto Carifi

Ho davanti Gli occhi sul tempo (Manni) di Gianni Rescigno e Menotti Lerro. Di Menotti Lerro mi sono occupato tante volte e vorrei occuparmene nuovamente. La sua è una presa sul reale ‘per negationem’, un tentativo di ricostruirlo a partire da un’infanzia e da un’adolescenza segnate dal dolore. I corpi allora non sanno d’essere morti, tentano di sostituirli Poesia e Amore. La poesia di Lerro è di grande tragicità, procede per via negativa, percorre il labirinto dell’essenza umana, come una volta ho scritto di lui, “ fino al corpo in frantumi, fino a pezzi di corpo che indicano l’umano e lo negano, fino al grido che può tramutarsi in canto”. La poesia di Gianni Rescigno è diversa, almeno per come cerca di affermare la vita benché evochi la morte. Giorgio Bàrberi Squarotti afferma nella prefazione, che la “suprema conquista di questa poesia è tale fermezza del pensiero e del cuore, che non tremano e che non temono”. 

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