Rescigno-Lerro, Gli occhi sul tempo

01/04/2009

Recensioni, di Sandro Angelucci

Gli occhi sul tempo è un ottimo lavoro di poesia, scritto a due mani ma con gli occhi degli autori costantemente fermi e attenti alla considerazione di uno dei misteri più grandi che accompagnano il viaggio terreno dell’uomo.
L’accostamento di due poeti così distanti negli anni delle rispettive esperienze esistenziali, paradossalmente – quasi verrebbe da dire – si gioca proprio sul tempo; meglio ancora, sul sentimento che, dello stesso partecipa l’animo dell’uno e dell’altro scrittore. La silloge, così, più che rappresentare
un confronto generazionale abbozza un disegno, un progetto di recupero memoriale della parola, del suo potere taumaturgico che si oppone e si ribella all’incontrastato dominio della mediocrità e della prepotenza che caratterizzano l’epoca moderna. Dirà Water Mauro nel suo intervento: “se un comune denominatore fra i due è reperibile, esso va individuato e segnalato dal comune sdegno verso il presente quale si prospetta al nostro sentire”; ciò che maggiormente importa, dunque, non è la constatazione delle diversità ma il riscontro di una somiglianza che – per dirla ancora con il Critico – si attua e si concretizza “sul filo della parola”.
Quanto andiamo asserendo, tuttavia, non vuole non riconoscere le differenze che indubbiamente emergono dalla lettura ma, le distanze che vanno correttamente misurate nella risposta al dolore di ciascuno. Gianni Rescigno affida la sua parola ad un canto che distende pacato nel passato con la matura consapevolezza di un approdo, della conquista di una verità che non vacilla di fronte alle distorsioni quotidiane del vivere, perché nutrita dal “pane della sera” e dalle preghiere recitate “a labbra chiuse” che fanno incontrare Dio; una fede, la sua, non sbandierata ma accolta ora in pienezza, “a braccia aperte” e con la saggezza autentica di chi ha capito che è giunto il momento di “rimettere / la luna, le stelle, ogni cosa al proprio / posto per interrogare… / il mistero della vita”. Ecco allora che i suoi occhi sul tempo sono gli occhi di un uomo che accetta serenamente il suo trascorrere, per il quale “il balzo” della morte sulla vita non produce spaesamenti, nella ferma convinzione dell’essere di lei “in noi” seppure “ben nascosta”.

Menotti Lerro, di contro, si ribella non riuscendo a trattenere i conati di una nausea che lo sconvolge e non sembra abbandonarlo (riflesso dei tempi o sua peculiare vocazione o entrambe le cose insieme, difficile dire); sta di fatto che il suo dettato non vuole e non apprezza lenimenti: come un rigurgito, appunto, svuota lo stomaco dal peso e dalla bile. E il malessere sfocia inevitabilmente nell’amarezza della disillusione più cupa e disperata al pari di quell’“insieme di fiumi prosciugati” – con i quali viene identificata la vita – che spingono al mare soltanto “gli echi” di quelle che una volta furono le loro acque. In un simile contesto, lo sguardo sul tempo risulta costantemente condizionato: “Del tempo Lerro coglie la velocità del trascorrere – chiosa Giorgio Barberi Squarotti – e il senso di perdita pressoché istantanea di gioia, di spessore dell’esistenza”. Nell’accelerazione del processo tutto appare come inghiottito dal vortice di un irrazionale buco nero, eppure – e avremo modo di chiarirlo – qualcosa sfugge e salva la ribellione. Se queste sono le rispettive reazioni e – diciamolo pure – le posizioni dei Nostri nei confronti delle realizzazioni più o meno generalizzate del tempo, si è fatta l’ora, adesso, di soffermarsi più attentamente sulla parola per coglierne quelle sfumature rivelatrici non solo dei singoli percorsi poetici ma dell’unità argomentativa di una silloge scritta a due mani e, ciò
nonostante, legata negli intenti. Il verso di Rescigno, lo abbiamo visto, sgorga dalla memoria colmo
della forza che gli deriva dalla verità della poesia; un’energia primordiale che permette allo stesso di “ripronunciare la natura e i sentimenti”, di “nominare, per una volta ancora e nella forma suprema, la creazione”: sono considerazioni di Squarotti, il quale, sul finire della pagina successiva, sostiene: “C’è costantemente in tutte le forme e le formulazioni delle descrizioni, delle meditazioni, delle sentenze […] l’impressione che la parola, pur nutrita di tempo e spazio ne sia ormai al di là, nel raggiungimento della sintesi delle esperienze e delle creazioni dei ritmi e delle parole”. Non si può che convenire; è, però, sull’ultima osservazione che, in questa sede, intendiamo riflettere: è vero, è straordinariamente vero che questa parola, modellata dallo spazio e dal tempo, finisce con il collocarsi in una dimensione nuova e tutta propria che travalica le consuete categorie spazio-temporali, e vero è, altrettanto, che in essa, il poeta trova la piena e quieta corrispondenza dell’amore, l’offerta del suo dono ristoratore e salvifico. E se il suo, “(quest’amore d’uomo)” forse non potrà “(durare) per sempre”, mai l’abbandonerà quello di Colui che “chissà per quanto tempo ancora (gli concederà) pace e guerra”, instancabile ed eterno. Questa certezza, questa fede vince comunque sulla disperazione, vince perché si trova “al di là”, come la parola, della realtà e del mondo; e allora sembra di vederlo, affacciato al “balcone” che conclude il suo racconto dicendo “non ho visto / paradiso su questa terra / però me lo sono inventato”. Lerro non inventa; sogna, sì, ma neppure i sogni hanno il vigore necessario a sradicarlo dalla terra del dolore: sono, i suoi, “sogni bruciati nei falò della mente” e la cenere che lasciano si disperde irrimediabilmente nel vento della dimenticanza, nell’oblio in cui cadranno anche i nostri corpi. Il mistero, che pure da sempre li avvolge, è destinato come quelle ceneri alla stessa fine e nulla resta del mito che aleggiava sui fuochi fatui. La ricerca affannosa della “luce promessa” s’infittisce, dunque, dei dubbi di mille interrogativi, fino all’ultima istanza: “Dove si nasconde Dio?”.
Si noti – per inciso – e si confronti la richiesta di Rescigno: “Dove sono Caino e Abele / e Isacco e David?”; malgrado “i vivi” non accolgono l’invito “a banchettare d’amore” presso il suo focolare, “Dio che controlla albe / e tramonti i pensieri inonda” e la “luce moltiplica seme / sparso dalla sua mano”. La domanda del primo resta inevasa, quella del secondo trova la risposta che andava cercando, che appaga e non cede ai ripensamenti. Ma di questo abbiamo sufficientemente trattato, le rivelazioni giungono da un’altra parte, ed a renderle evidenti sempre lei, la parola ed i suoi significati. Sarà bene, quindi, partire dal testo di una poesia del più giovane – è il suo pensiero che stiamo vagliando – che riteniamo particolarmente idonea ad esemplificare l’idea che, della sua poetica, ci siamo formati; leggiamone alcuni passi: “[…] sciogliere il nodo, / alzare al vento la vela verso nuove terre / lì dove le mappe non hanno riscontro […] / Costruire una baracca di canna, / lasciare la lenza in acqua, / dimenticare ogni essere umano / e non guardare mai in nessuno specchio, / non parlare più. Dimenticare il tempo. Ci sono, in questi pochi versi, accanto alle parolechiave “specchio” e “tempo”, frequentemente ricorrenti in tutta la raccolta, dei vocaboli che potremmo definire spiragli di Sole nel cielo plumbeo e gonfio di pioggia dell’autore: intendiamo riferirci alla “vela”, alla stessa “baracca di canna”, alla “lenza in acqua”, spie – a nostro modo di vedere – di una insperata fiducia, se non altro, in se stesso e nella propria capacità di reagire. E poco importa se si sceglie la solitudine, il mutismo, ciò che più conta è la fede, la speranza forse d’intravederlo quel Dio che si nasconde. Certo, è pur sempre una fuga ma mai come in questo caso l’evasione può essere interpretata quale atto eroico di chi, sfinito dalla nausea, decide, con le ultime forze, di allontanarsi, di non soffrire più. Eccolo, allora, il punto di contatto tra due prove che si oppongono al male ciascuna per la sua strada e ciascuna con la stessa, ferma convinzione; affratellate, come sono, dalla lotta coraggiosissima della poesia. Se il verso fratto, tormentato di un ‘teologo ateo’ come Menotti Lerro si guarda allo specchio colto di soprassalto da un incubo “nel cuore della notte” e scopre dinanzi a sé “l’illusione del corpo, il doppio / degli innumerevoli mostri del pensiero”; quello arioso e contemplativo di Rescigno si apre lento come le braccia “a tutto ciò ch’è da venire / dal mistero / a tutto ciò ch’è da concludersi / nella sostanza”, nuda la sua parola si getta nelle onde per l’incontro con la carne, per la rivalsa dei tanti “poveri cristi”; della “nuova Maddalena” (La ragazza dell’est), della cartomante “scostumata di bocca” che “metteva – però – dovunque in perdenza il dolore” (Zia Concetta), di “Manganiello” che “mangia nel piatto dei gatti” e “cammina cammina cammina”.
C’è chi scrive fuggendo e chi ritrovandosi, chi maledicendo e chi pregando, ma la resistenza – paziente o impaziente – è sempre denuncia, e insieme conferma, della mai conclusa, coraggiosissima lotta della poesia.


 

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