Velio Abati, Domani

24/01/2014

La dimensione del tempo, di Maria Vittoria De Filippis

Il libro di Velio Abati, Domani, pubblicato da Manni (Lecce, 2013), dal punto di vista del genere letterario è un romanzo. Vi si legge non solo una attenta e precisa ricostruzione di fatti storici accaduti tra la fine del XVIII e l'inzio del XX secolo, ma altresì la visione di una società, prevalentemente agraria, di tipo marxista. Tale lettura non si ha per volontà dell'autore, non si impone dall'esterno, non è ideologica; traspare dai fatti narrati, dai drammi vissuti dai protagonisti.
Già nel titolo la dimensione del tempo appare centrale. L'autore nel Prologo scrive: "Ma i giorni e le stagioni passavano, facili come i minuti, senza riprendere la strada" (p.7). Gli anni narrati sono tanti, densi di avvenimenti, di storie e di Storia, eppure è come se il tempo fosse congelato o meglio, a parziale contraddizione di quanto appena citato, circolare. Tutto il romanzo fa pensare, tra l'altro, a un film; a me ricorda in particolare la maniera di Straub - Hillet di usare la cinepresa. Preciso: penso alla scena girata in piazza della Bastiglia a Parigi, allorché lo sguardo gira circolarmente sulla piazza, con giri concentrici, fino a farcela conoscere dal suo interno, fino a farci essere parte di essa; il film è Zu fruh / Zu spat. La moltitudine di personaggi, gli innumerevoli angoli di paesaggi ci divengono via via famigliari, il lettore si mescola a loro, ne condivide al storia, ne fa parte, è lui che, fortinianamente, diviene l'unico domani possibile, "memoria per dopodomani".
Ancora considerazioni generali: la lingua. L'autore mostra una notevole capacità di intrecciare linguaggi diversi: il popolare, il lirico, il tecnico delle culture materiali ed anche il curiale e il cancelleresco . Essi sono compresenti, fusi insieme secondo le esigenze narrative, dominata con perizia così da non apparire mai letterari o artificiosi; anche quel tanto di lessico toscano è spontaneo e necessario a descrivere situazioni particolari. La descrizione di persone, fatti e paesaggi assume di volta in volta sfumature drammatiche, comiche, sentimentali, così da rendere la lettura piacevole, coinvolgente e, a volte, divertente.
Nel parlare di questo libro si avverte il limite di dover rimanere nell'ambito di annotazioni generali, seppur non generiche, senza potersi addentrare nella storia narrata, talmente complessa da non poter essere riassunta. Il romanzo si divide in quattro parti più un Prologo: La Forza dell'Ira, La Virtù, L'Allegrezza, La Sapienza; titoli che non alludono direttamente agli avvenimenti, bensì li riassumono attraverso il prevalere di un sentimento, di un atteggiamento morale che si afferma e domina su tutti gli altri. si può altresì notare, già nei titoli, un crescendo che va dall'ira alla sapienza, un processo cognitivo. Quanto ai personaggi, è su una figura che mi voglio soffermare: zia Concettina. Una persona che da quando compare risulta subito convincente e accattivante:
"Zia Concettina era capitata nel quindici, ancora ragazzetta. Sua madre fuggiva dal sud, dov'era stata addirittura cuoca di corte, un'arte e una passione che aveva insegnata alla figlia. I travolgimenti dell'intero continente avevano disperso anche le due donne. Dopo che si furono fermate a Petra, rimase quasi subito orfana. Qualcuno, sentendo il suo modo di parlare, le consigliò d'andare alla Ciocca, dove avrebbe trovato i suoi pari. Ma zia Concettina volle restare, perché sapeva da mamma che un cuoco deve principiare dalla terra che ha fuori dell'uscio. Così i petrai si sorpresero, quando videro che zia Concettina non era affatto presuntuosa, anzi, era curiosa, sempre a chiedere, a imparare. Nei primi tempi, addirittura, andava in casa di una o dell'altra donna di Petra rimanendosene in disparte. Voleva solo aiutare. A fare il fumo, rispondeva, ogni principiante è buono." (p.374).
Fino a quando, dopo aver preparato il pranzo di nozze, Concettina si sente male e muore:
Dopo il pranzo di nozze, zia Concettina principiò a sentirsi poco bene. Quell'anno la castagnatura fu difficile. Invece delle pioggerelle, delle nebbiette grasse che stemperano i caldi estivi, un giorno sì e uno no si rovesciavano su Petra temporali tanto forti che ti costringevano a tapparti inn casa. Le castagne marcivano in terra. Una mattina Lorenzo era fuori del magazzino a guardare il cielo, ancora incerto, sopra Cadizani, quando arrivò Ibetto. - Concettina chiede di voi. Non ha chiuso occhio. Lorenzo corse subito a chiamare Nunzia, chi già venivano i primi goccioloni." (pp.374-5).
 

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