Velio Abati, Domani

01/04/2014

Dieci appunti su Domani, di Ennio Abate

 
1. Non sembri strano che al momento di scrivere su Domani io metta in primo piano le difficoltà incontrate nel leggere il romanzo di Velio Abati. Difficoltà innanzitutto nel mettere a fuoco i numerosi personaggi e le relazioni che corrono tra loro in vari tempi. Nell’individuarli quando si ripresentano pagine dopo. O nel capire chi sta parlando e a chi e di cosa. O nel connettere le sequenze in cui appaiono, che sono spesso righe-fotogrammi presto interrotte e sostituite da altre simili, che durano anch’esse poco o appena di più. Come in una sorta di flusso sincopato. Come se l’autore imponesse un continuo zapping.[1] Quanto, tuttavia, pur ho colto mi permette di non dubitare dell’importanza di questo romanzo, ma il disagio resta: è come se non riuscissi ad afferrarne la sostanza, a condividerne  l’ottica, a provare ancora quel sentimento corale e popolare che interamente lo impregna. Qualcosa in me, che pur vengo da esperienze generazionali - politiche e culturali - vicinissime a quelle di Abati, resistesse; e rendendo provvisorie, discutibili e forse fraternamente ostili le stesse cose che sto per dire.
2. Mi sono chiesto: queste difficoltà sono dovute a miei pregiudizi o a un’arbitraria decisione del narratore, che avrebbe potuto evitarle o ridurle? Né l’una né l’altra cosa. La questione è più complicata. Credo, infatti, che esistano buone ragioni sia nelle reazioni mie (e di altri lettori) sia nelle scelte compiute dall’autore, che del resto tali difficoltà non ignora. Egli, però, ha scelto con convinzione questo modo di narrare. È lui stesso che vuole mettere in difficoltà il lettore. Non per sadismo ma per adesione precisa a una strategia narrativa,[2] di certo maturata da lungo tempo. Non siamo, dunque, di fronte a un lascito passivo o scolastico della lezione fortiniana,[3] pur presente in tutto il romanzo, ma a una coerente visione del mondo e soprattutto a una reazione (da  valutare con attenzione) di fronte a alla sconfitta epocale e generazionale delle speranze di emancipazione (o addirittura di rivoluzione) affacciatesi in Italia negli anni ’60-’70.
3. Nell’avvertenza Al lettore, che introduce al romanzo, Abati pare giustificare la forma che ha dato al romanzo (o che il romanzo ha preso, perché non tutto lo scrittore riesce a tenere sotto controllo). Scrive infatti: «Il mondo che vedi prender vita nelle pagine seguenti, oltre alla lingua e a una misura, ha generato anche il proprio ordine del tempo».[4] È come se dicesse – e bisogna credergli –che non ha potuto intervenire più di tanto come autore nel rappresentare quel tempo, quelle vicende, quei personaggi. E perché? Risponderei: perché scrive di tutto ciò in un oggi devastato, del tutto smemorato e che ha una sua intrinseca alterità e discontinuità rispetto al passato di modernità otto-novecentesca, che è centrale in Domani ed è a lui rimasto caro. Abati ha voluto marcare le distanze da questo presente anche nella forma, nel modo di narrare. Opera pure in lui, ma in via subordinata credo, l’antipatia (novecentesca) verso il “narratore onnisciente”, che – almeno secondo il cliché scolastico - guiderebbe per mano il lettore passo passo,  magari in modi didascalici asfissianti. Perciò la sua scelta di mettere il lettore in medias res, a cavarsela da solo, con un supporto minimo o quasi risibile da parte dell’autore.[5] E col rischio, a mio parere, di accentuare sia l’impressione dei lettori di avere a che fare con un reperto archeologico sia la contraddizione reale in cui di fatto si vengono a trovare – ripeto: non per colpa di Abati -  sia l’autore che i lettori.[6]
4. Abati è drasticamente fedele alla materia umana (antropologica) di quel tempo che racconta e alla sua verità storica (chiara, conclusa e senza continuità con l’oggi). La sente fondamentale, anche se sa di poterla riproporre solo in un non certo domani e solo in forma artistica. E nella fatica dei cinque anni dedicati a documentarsi e a scrivere il romanzo si sente quanto si sia rafforzato il suo rispetto per quel mondo e per quelle vite reali di uomini, donne, vecchi, bambine e bambini. Né si può trascurare che quel mondo è stato amato dall’autore, perché in esso hanno radici la sua stessa biografia e la sua cultura. Non vedo nessun arbitrio soggettivistico nella sua adesione emotiva ad esso. A un livello più culturale azzarderei che un tale, preesistente atteggiamento sia stato rafforzato, se non proprio dalla lezione lukacciana, da quelle ottocentesche - manzoniana e verghiana – profondamente assorbite. E comprendo pienamente perché si sia vietato, come rivendica, le «intromissioni semplificatrici – una paroletta esterna, un rigo bianco»: altrimenti – sottolinea – si sarebbero innescati (da parte di quel mondo, intendo io) «rovinosi processi di rigetto», che avrebbero interferito nel rapporto costruttivo, emotivo e di scavo memoriale che lo scrittore stabilisce con la sua materia.
5. Ci sono però – attori anch’essi, scomodi e mai trascurabili - i lettori. Mettendomi, sia pur criticamente, dalla loro parte (e perciò senza concedere nulla alle pigrizie più spicciole e immotivate, alla cecità coatta o all’ignoranza tronfia di sé), sono stato tentato di accusare Abati di aver sottovalutato le difficoltà che i lettori di Domani incontrano. Il narratore non ha forse doppia responsabilità: una verso la materia che lo agita e un’altra rispetto ai destinatari (impliciti o espliciti) della sua impresa narrativa? Su questo le ricerche di Jauss sull’importanza della ricezione di un’opera hanno confermato la mia convinzione, venutami anche dall’esperienza di insegnante, che bisogna rispettare i processi reali che avvengono nelle menti dei lettori reali. Che oggi, tra l’altro, vivono nelle dimensioni temporali e spaziali complesse della comunicazione globalizzata; hanno difficoltà a staccarsi dal ritmo convulso di un presente non solo massmediatico ma quotidiano e materialistico; e non possono permettersi le 3-4 riletture che Domani richiederebbe per “entrarci dentro” davvero. Né vedo nei lettori d’oggi soltanto vuoti di memoria storica o appiattimenti sul presente, come si ripete fin troppo spesso. Ci sono di sicuro queste limitazioni.  Eppure c’è – spero di non idealizzare - anche una domanda d’altro. E – non del tutto insana – anche una diffidenza verso il passato. (Nietzsche ai suoi tempi colse il problema, che non mi pare tuttora risolto). E poi dobbiamo dircelo: un certo passato è passato e non parla più. O parlerà ancora, forse ma solo in certe circostanze e a certe condizioni. A noi, nel ’68-’69, la Resistenza parlò. Come la Comune di Parigi parlò ai bolscevichi. Ma oggi è davvero possibile, tramite la lettura di libri anche ottimi, andare oltre i rituali delle troppe “giornate della memoria” imposte dall’alto? Riconosco, infine, che non sempre (e oggi in particolare) per uno scrittore sia possibile soddisfare la doppia responsabilità di cui ho detto. E anche Domani di Abati comprova quanto sia difficile trovare un archimedico punto intermedio equilibrato tra stare come scrittore addosso alla materia e mettersi nei panni dei lettori, che non l’hanno “macinata” e sono “distratti” (non sempre scioccamente). Il che rende lo scarto tra autore e lettori ancora più problematico e drammatico, una reale contraddizione.
6. So che per Abati  quel passato, quel mondo, è così importante che non può perderlo. O se un po’ anche lui l’aveva perso, ha trovato in sé e nella storia della sua famiglia e dei suoi antenati la spinta ad intraprendere le indagini e gli studi preparatori del romanzo che gli hanno permesso di farlo riemergere.[7] Questa è stata la sua rispettabilissima scommessa pascaliana: piuttosto che azzittirsi o non parlarne più o non pensarci più, egli, convinto della sua importanza e grandezza di quelle vicende accadute in quel tempo, le ha voluto preservare per domani. Nella fiducia che, in un altro tempo oggi non definibile, qualcuno le recupererà, ne risentirà il vigore, il valore e, attraverso nuove indagini anche sulle tracce del suo romanzo, le ripenserà. Se si verificheranno certe circostanze e certe condizioni.
7. Abati appartiene a una generazione che pare abbia avuto ancora un rapporto esistenziale e culturale forte con un certo mondo contadino, quello segnato dalla mezzadria tosco-maremmana e non del tutto stravolto dagli assalti più distruttivi dell’industrializzazione e poi della globalizzazione. Questo per dire che, a differenza di molti lettori del suo romanzo – in genere di generazioni venute su in ambienti urbanizzati o inurbatesi (e spesso nelle periferie metropolitane) e che hanno subito lo sfilacciarsi sia dei legami materiali sia di memoria con l’ambiente contadino[8] - Abati, attraverso gli strumenti dell’antropologia e della storia, si è giovato di profonde e ancora vive motivazioni per risalire agli albori di una storia cooperativistica, legata al mondo artigiano e non ancora operaio e industriale.[9] E lo dimostra l’accuratezza lessicale nella ricostruzione di quel mondo, mai freddamente erudita anche quando filologicamente meticolosa. Da qui, credo, il divario, l’attrito/resistenza, che io sto qui dichiarando e altri lettori pure mi pare abbiano saggiato. Mi riferisco non solo a chi ha rinunciato di fatto a entrare nel romanzo, [10] ma a vari lettori, i quali mi hanno dato l’impressione di aver assistito, tra il benevolo e l’ammirato (un po’ come è capitato a me), al corpo a corpo che l’autore  ha condotto con la propria memoria personale e con quella collettiva. Questo implica, secondo me, che i lettori hanno colto e trattenuto di Domani soprattutto dei frammenti – magari quelli “più belli” o “commoventi” o “strambi” (riguardanti ad esempio le figure  dello Storiaio o di Zia Concettina). Senza iattanza ma senza neppure colpevolizzarmi, dichiaro di essere pure io nella schiera dei lettori ai quali la struttura profonda (o la «totalità» o, più semplicemente, la trama complessiva) di Domani è sfuggita. Sembrano confermarlo le impressioni di lettura, che ho spulciato sul sito di Velio Abati: diversi si sono trovati nel mio stessa dilemma[11] e hanno imboccato la via dell’individuazione dei frammenti. Che in effetti più facile. Resta, dunque, irrisolto però il problema di cogliere l’insieme, il «livello della totalità», a cui Abati  giustamente tiene.
8. Altrimenti questa «totalità» rischia di apparire addirittura posticcia o calata dall’esterno. Una certa intenzionalità ottimistica c’è nel titolo stesso del romanzo.[12] E su di esso, svelando il taglio etico e utopico di Domani Abati ha dichiarato in un’intervista:
«il titolo è prima di tutto un omaggio al ricorso del Novecento ai titoli antifrastici: dalla Coscienza sveviana all’Allegria di Ungaretti, tanto per dire di due geodeti assai distanti. Un’antifrasi niente affatto frivola, perché sgorga da scaturigini profonde della modernità, allorché lo scrittore, opportunamente scaraventato dall’altare al bordello, ha misurato “come sa di sale” il pane, comprendendo che cosa sia l’impotenza, costretto a riconoscere la verità di se stesso e del proprio interlocutore: “hypocrite lecteur, - mon semblable – mon frère”. Al contempo però (illusoriamente?) il titolo Domani vuole sfuggire alla stretta cinica cui lo stato di cose presenti vorrebbe costringerlo, per cui, come il cristo sulla croce, si affida a un futuro possibile, certo sperato, non celeste, ma totalmente in mano al lettore futuro. Nel caso specifico, Domani prende vita sotto la spinta della presa d’atto della fine di un’epoca. Ho cominciato a progettare il romanzo nell’estate del 2007. Sebbene i profani come me non avessero chiaro d’essere sul crinale della più profonda e vasta crisi vissuta dal sistema economico-sociale del capitalismo, era comprensibile anche ai più duri d’orecchio che le spinta mondiale dei “trenta gloriosi” (cioè dai Cinquanta ai Settanta), da cui era sortita la più importante opera di civilizzazione, era rifluita in modo rovinoso e definitivo. Senza riparo è stata la responsabilità della mia generazione. Con una mescolanza venefica di insipienza, presunzione, cinismo e grettezza si è prima accodata al diluvio neoliberista, poi ha assecondato la rivincita dell’Italietta patetica e ributtante di sempre, che ci eravamo illusi d’aver seppellito: dei franza o spagna, dei pochetti e rivali, dei berluschi, dei renzi, dei u tratturu, dei qualunque berciatori da trivio, dei chiudi e scappa nei paradisi…».
9. Se questo è il clima da cui è sorto il romanzo - di sconfitta epocale di una prospettiva di civiltà -, che spinge l’autore stesso a sottrarsi al presente, dobbiamo chiederci cosa comporti oggi volgersi al recupero di un passato contadino e di lotte preindustriali. Certo, Domani può essere giudicato «un manifesto a difesa della dignità umana, della forza e del coraggio»,[13] ma  possiamo trascurare l’astrattezza della rivendicazione di questi valori? Detto schiettamente, a me pare che il benjaminiano «balzo di tigre nel passato» senza un saldo aggancio al presente (da afferrare politicamente nel suo orrore storico-politico e non in astratto o con paraocchi etici), sia un’amputazione a cui ci si rassegni. Anche se non si insinuassero nella revisione o recupero del passato, che io pure ritengo indispensabile, la nostalgia o il vagheggiamento di una sorta di “età dell’oro” della modernità o delle lotte dei subordinati o persino una retorica della “sofferenza dignitosa”.[14] Lo dico senza approvare lo snobismo operaistico o post-operaistico che esalta esclusivamente i “punti alti” dello sviluppo presente, visibile, imponente: quello industriale o postindustriale che avrebbe cancellato, a causa della discontinuità storica coi passati preindustriali, qualsiasi ipotesi di recupero della totalità (umana). Per essere preciso: non accetto né il neofuturismo né il lotofagismo postmoderno. Eppure a me pare che Domani, nel sottintendere un messaggio “ecologista” di recupero del mondo contadino coi suoi valori “universali”, torca troppo il bastone dall’altra parte; e trascuri la contraddizione politica dello sviluppo ineguale del capitalismo (o dei capitalismi). O, se si vuole, con un linguaggio più tradizionale, del contrasto campagne-città, che si è tragicamente risolto a svantaggio delle classi contadine sia nelle esperienze capitalistiche occidentali sia nei tentativi di costruzione del socialismo in Urss o in Cina. E, dunque, questo inno a una classe (lavoratrice e non oziosa) scomparsa e sconfitta che orecchio in Domani, pur privo dei toni cinici del Gattopardo, a me ha fatto venire in mente una somiglianza con l’operazione inattuale di Tomasi di Lampedusa.
Gli aspetti formali di Domani  richiederebbero un’analisi a parte che ora mi è impossibile fare. Mi limito a minimi accenni. Ho già detto dell’aspetto che più mi ha colpito e mi ha messo in difficoltà: la narrazione per frammenti, a zapping. Ma devo dire che in genere i vari frammenti contengono una narrazione lenta, pacata, distanziata, “classica”, quasi a contrastarne il ritmo veloce e sincopato che imprimono a quella generale. La pacatezza prevale soprattutto nei passi in cui Abati ci dà una visione idilliaca (es. p. 364) o romantica della natura e dell’umano insieme. Ad es. alle pagine 374 – 377, dove si narra la vicenda dei funerali, sotto una pioggia quasi  partecipe (c’è molta pioggia in questo romanzo!), di Zia Concettina con toni mesti da cristianesimo popolare. Altre volte, nei punti più drammatici, la narrazione si fa espressionisticamente convulsa ed ellittica (es. pag. 362). Mentre si distende in vivacissimi dialogati teatrali in tutta L’ALLEGREZZA. O s’appesantisce nel brani che documentano la visione dei dominatori in un linguaggio burocratico enfatico e ricercato (es. pag 284, 352, 354). Com’è stato  già notato, la struttura del romanzo in quattro parti (La Forza dell'Ira, La Virtù, L'Allegrezza, La Sapienza) sembra delineare «un crescendo che va dall'ira alla sapienza, un processo cognitivo»[15] o indicare «il prevalere, in quella specifica sezione, di un certo stato d'animo o di un particolare contegno morale».[16] A me, però, è parso di cogliere soprattutto una storia “velata” o spostata verso una dimensione antropologica e, più sottilmente, verso il mito. È per questo, forse, che «le coordinate storiche degli eventi […] non sono esplicitamente dichiarate»[17]. Certamente, come ricorda ancora Walter Lorenzoni, «dietro al testo c'è una grande ampiezza documentaria, che va dalla consultazione degli archivi parrocchiali, per una più precisa ricostruzione della storia delle due famiglie oggetto del romanzo, all'uso di documenti e lavori storiografici, al fine di meglio padroneggiare argomenti specifici di natura tecnica, all'impiego di fonti orali, attinte prevalentemente dall'ambito familiare, ma bisognose di attenti controlli e di verifiche incrociate». Eppure, se è in una «luce diversa» che il narratore immerge la storia, ipotizzerei che si tratti proprio della luce del mito. Contribuisce, secondo me, e quasi paradossalmente, la sua stessa attenzione acutissima – da antropologo – al linguaggio in tutta la sua gamma: «l'epico delle scene corali, il lirico dei momenti di ripiegamento interiore e di manifestazione della forza del vivente, il burocratico, il solenne, il tecnico-professionale e, infine, certamente prevalente, il popolare».[18] E in un’osservazione acuta di Giorgio Luzzi[19] a me pare di cogliere proprio una incertezza tra storia e antropologia, tra voler fare romanzo (possibile se esiste un «regista supervisore» con un punto di vista forte) e immergersi nella vita, nella quotidianità antropologica (la festa, ad esempio).
10. Parlo dopo una prima lettura di Domani dell’amico Velio Abati. E da un’ottica che so particolare. Perché vengo come lui dalla storia di una generazione sconfitta e politicamente ormai dispersa. Condivido, dunque, la sua volontà di reagire al moro dello smarrimento. In parte, però, mi sento vicino al tentativo etico-letterario che sta alla base del suo romanzo e in parte me ne allontano soprattutto – lo dico apertamente – per insoddisfazione politica. Non è un atteggiamento di superbia, perché nella sconfitta, che oggi ci accomuna, non ho nulla di più o di meglio da proporre. Siamo entrambi, insieme ad altre minoranze, dei corpi estranei in quello che avrebbe dovuto essere il nostro Paese o addirittura la nostra patria. Ed entrambi – credo di poterlo dire – restiamo refrattari sia alle auto consolazioni, alle nostalgie, alle speranze generiche e sia all’antagonismo rancoroso o gridato che in questa crisi sembra quasi l’unica forma possibile di politica. E però – qui forse una sfumatura ci differenzia – a me una fedeltà etica a un progetto di emancipazione, una difesa fortiniana della nostra storia, delle nostre verità, che ha motivato e alimentato il progetto narrativo di Abati, pur se doverosa, mi pare oggi insufficiente. Del nostro comune e riconosciuto maestra, Franco Fortini, a me pare che Abati difenda oggi, con questo romanzo, le istanze luxemburghiane e soprattutto blochiane, smorzando in parte quelle leniniste-gramsciane-maoiste, mai da Fortini abbandonate. Questo leggo, in base alla mia storia, tra le righe del romanzo. È come se, non potendo più parlare direttamente dell’oggi (e all’oggi, e ai lettori presenti), ci si proponesse di puntare sul domani (da qui il titolo). È – ripeto – scommessa pasca liana, blochiana, fortiniana. Ancora da me condivisibile, a patto che non si accantonino i tanti dubbi che dovrebbero giustamente assillarci. Del tipo: Cosa si perde scommettendo in questo modo soprattutto etico? Cosa non si considera più del presente, che pure ci tormenta e in cui siamo costretti a stare? Quale raccordo si riesce a stabilire tra quel passato storico (che in Domani Abati cala nella forma classica del romanzo) e questo presente? Si può saltare dal passato al domani senza passare per il presente (per l’esodo nel presente, direi io)? Non credo che Abati ceda alla nostalgia, all’apologia dei bei tempi perduti e dei rapporti schietti e terrestri del mondo contadino o alla semplificazione mitizzante o al velamento elegiaco dei conflitti. (Eppure, certe tentazioni in tali direzioni in Domani non mancano, a voler essere rigorosi o forse spietati…). Come si fa a risarcire le vittime, se non si stabilisce un rapporto stretto con l’oggi? Non si rischia il culto catacombale delle minoranze? E si possono depositare le nostre speranze per domani ancora sul mondo contadino, dopo che abbiamo visto fallire anche l’ipotesi terzomondista, che sulle campagne faceva leva? Ci si può appellare ad un rapporto più umano con la terra, se enormi masse di popolazione sono sempre più catturate nella vita metropolitana?
Note
[1] Si veda a mo’ di esempio il cap. 3 della prima sezione (LA FORZA DELL’IRA) alle pagg. 19-25 in questa mia sintesi, nella quale segnalo anche i punti per me d’incerta interpretazione: Sergio è in prigione in un «edificio antico e tozzo» che aveva visto, da libero e dall’esterno, «quando gli capitava di andare a Paiese [?] (19). Viene interrogato, minacciato, invitato a collaborare alle indagini [quali?]. È accusato di aver avuto rapporti con dei rivoltosi (20). Si accenna a misurazioni di alcuni terreni. Stacco. Sergio pianta «per primo un paletto in cima al poggetto»  (20). Si accenna alla partecipazione di donne e bambini all’occupazione delle terre («i pochi terreni che l’incuria di guerra non aveva inselvatichiti» (21) destinate agli «usi civici fino a qualche anno indietro» (20). Raccolgono fascine e legna secca per asciugare gli abiti zuppi di pioggia. Si viene a sapere che Ildo è l’organizzatore dei lavori (21). Che l’occupazione riguarda «l’intera valle della Senna» (21). Che vi partecipano tutti gli abitanti di Petra («Petra era tutta lì»). Stacco.  Ancora nella prigione dov’è detenuto Sergio. Il brigadiere vuol ottenere «l’elenco della distribuzione delle terre». Stacco. Ancora sulle terre occupate. Pioggia e qualche schiarita. Scontro tra Carlo, che non vuole saperne di cooperative, e gli altri (21). Stacco. Ancora nella prigione. Ancora pressioni su Sergio (22). Stacco. Due carabinieri con il brigadiere e un certo Pinza [?] che vuole far sgomberare gli occupanti dalle «terre del marchese Ildibrandi» intervengono per interrompere l’azione degli occupanti (23). Ildo li contesta: i contadini stanno procedendo alla semina: vengono riferite [ a chi?] norme contrattuali in vigore (23-24). Il Pinza accusa gli occupanti di aver invaso anche i terreni di altri proprietari (Saint-Phalle, Stracci). Gli sputano in faccia (24). I carabinieri arrestano Sergio che non oppone resistenza (24). Stacco. Ancora nella cella della prigione. Mentre fuori piove. (25).
[2] Lo sostiene Abati stesso quando polemizza con le tendenze d’oggi alla semplificazione di tipo massmediale: «I lettori - quelli dei quali ho fin ora avuto la fortuna di sentire le impressioni - effettivamente mi confermano la difficoltà del testo. Una lettrice, Claudia Angeletti, mi aiuta con sintesi efficace: “è bello perché è complesso ed è complesso perché è bello”. Le sono grato debitore, perché in una fase, come oramai da decenni la nostra, quando ogni forma di comunicazione assume la dominante dell’intrattenimento per cui l’estetico, così divenuto preminente, obbedisce alla regola ferrea dell’industria della comunicazione, che fa del semplice, del facile l’altra faccia del triviale, credo che la ginnastica mentale, emotiva possa costituire un esercizio utile».
[3] Si veda Daniele Balicco, Non parlo a tutti. Franco Fortini intellettuale politico, manifesto libri, Roma 2006.
[4] Tempo definito «ispido» e «persino sprezzante», ma che ha sua «intima necessità, di cause forse e di effetti» (Domani, p.5).
[5] Sinceramente «la mappa di alcune genealogie» (p. 6) che egli ha fornito mi paiono di scarso aiuto (io almeno così l’ho trovate).
[6] Nella presentazione a Milano di Domani  alla Libreria Utopia ho fatto notare ad Abati che tra “narratore onnisciente” che rifila al lettore una storia che fila liscia, con un capo e una coda e l’immissione in re del lettore (un “nuota tu, arrangiati”) ci potevano essere soluzioni intermedie. Ma riconosco che è un’obiezione in astratto e che non risolve uno scarto reale tra esperienza dell’autore e esperienza del lettore.
[7] «Ho cominciato a lavorare effettivamente alla preparazione dei materiali per il romanzo nel gennaio del 2008. Erano lavori di scavo storiografico. La prima ipotesi – un Proposito che rivolgeva a pochissimi amici questioni preliminari di carattere linguistico – vedo dai miei archivi informatici essere datata 12 dicembre 2009. Non ricordo più se la coincidenza fosse stata voluta, ma la ricorrenza con la strage di piazza Fontana è certamente appropriata. La stesura è stata completata il 31 dicembre 2011». (intervista di Muraca).
[8] Se penso al mio caso personale, devo dire che della vita contadina del Sud, tra l’altro abbastanza diversa da quella in Toscana, ho potuto trattenere solo residui di memoria infantile presto carbonizzatisi.
[9] Qui andrebbero ricordate le ricerche storiche di Stefano Merli, ad esempio Proletario di fabbrica e capitalismo industriale, La Nuova Italia, Firenze 1973.
[10] È il caso di uno di loro, Filippo Bologna che ha dichiarato senza peli sulla lingua: «Nonostante i miei volenterosi tentativi il manoscritto è risultato tetragono alla lettura, respingendo ogni mio assalto. Non so che dire, se dipenda dalla mancanza di ardimento del lettore, o dall'eroica resistenza del libro. Il tuo romanzo ha una tale densità e un ordito così fitto da risultarmi quasi impenetrabile. Mi fa venire in mente un sito archeologico sepolto tra i rovi, o la rievocazione in costume di una grande battaglia» (2 gennaio 2013, in http://velioabati.com/)
[11] Alcuni tendono a fare elenchi dei temi che  afferrano. Ad esempio: «troviamo una estrema varietà di argomenti, ambientazioni, registri linguistici: lotte sociali e politiche, storie di amori e di tradimenti, l'ascesa e la decadenza delle famiglie dei protagonisti, battesimi, funerali, chiacchiere di paese che possono ricordare Verga, il diario di un curato di campagna decisamente più realistico di quello di Bernanos. (Natalino Pacca, http://velioabati.com/). Altri tentano sintesi che a me paiono comunque approssimative: «Le opere e i giorni dell'epopea corale e individuale di Abati prendono forma nelle scene della scuoletta rurale di Nunziatina, nei conflitti con i ricchi proprietari Ildibrandi e Stracci, nella costituzione della cooperativa 1° aprile, nella sconfitta contadina negli anni del fascismo, nella perdita degli usi civici, nel duro realismo delle descrizioni del lavoro agricolo (la macellazione della vacca, la raccolta delle olive), della malaria, dei debiti, nella felicità delle feste e degli amori, nella figura vivida dello Storiaio» (Santarone, http://velioabati.com/). Altri ancora fanno notare quanto sia eccessivo «il brulicare di personaggi, attori della coralità, certo, ma anche troppo numerosi per poter essere agganciati all’economia mnemonica della fruizione.» (Giorgio Luzzi, http://velioabati.com/).
[12] Mi è ben presente il limite di una lettura “per frammenti”. Anche perché mi viene in mente l’errore cui furono indotti, con l’avallo di un’autorità come Benedetto Croce, i lettori borghesi (e poi piccolo borghesi arrivati alla scuola pubblica) della Commedia di Dante.
[13] Tiziana Peri, http://velioabati.com/
[14] Che mi pare di cogliere in questi due commenti: - «un affresco di vita fatta di sofferenza, sudore e sangue, dove però rimane intatta la dignità e i valori umani che la sostengono» (filorosso, http://velioabati.com/ ); - «una comunità potente, viva, sanguigna, sofferente, fatta di uomini e donne con le loro storie e le loro individualità da cui emergono la fierezza e la dignità dei vinti» (Santarone, http://velioabati.com/ ).
[15] Mavì De Filippis, http://velioabati.com/
[16] Walter Lorenzoni,  http://velioabati.com/
[17] Walter Lorenzoni,  http://velioabati.com/
[18] Walter Lorenzoni,  http://velioabati.com/
[19] «Chi governa il punto di vista? Quale lingua adotta il narratore onnisciente? Non mi è ben chiaro se è la lingua della sua gente o quella del regista supervisore; direi che si tratta della prima, ma questa mi sembra appunto una contraddizione. Il narratore vive oggi e non si separa dal linguaggio parlato nel mondo messo in scena: un dialetto abbastanza accessibile è dunque la sostanza linguistica del romanzo?» (http://velioabati.com/ ).
 

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