Commiato dal tempo delle bandiere

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Articolo:
Luca Canali
Commiato dal tempo delle bandiere
Luca Canali torna con questi altri racconti al PCI delle Sezioni, quello di cui ci aveva già detto in Archivio rosso.
Torna nel senso letterale del termine, perché il tempo è cambiato e lui non è più “interno”, se non nei ricordi –anche se mai estraneo o, peggio, migrato in altri e più confortevoli territori.
È un visitatore esterno che rincontra vecchi luoghi e vecchi compagni. Anche questi ormai esterni al passato di cui fra loro parlano. Non estranei, ché quel tempo è rimasto dentro a tutti.
   Luciana Castellina
 

Gli ideali, le lotte, l’impegno civile, l’internazionalismo proletario di una stagione di speranze che non esistono più, vengono descritti in queste pagine con la maestria del narratore, la passione del partigiano, la precisione del testimone: questi racconti insegnano più di un saggio.
 
info-copertina
Commiato dal tempo delle bandiere
Libro novità
anno: 
2009
pagine: 
88
isbn: 
978-88-6266-193-5
Prefazione di Luciana Castellina
Luca Canali ha esordito come poeta sulla “Fiera Letteraria” di Angioletti e Ungaretti. Durante la Resistenza ha militato per il Partito d’Azione. Iscrittosi al PCI nel 1945, fu radiato nel 1958 con altri intellettuali per la redazione di “Città Aperta”, rivista del dissenso. Ha insegnato Letteratura latina nelle Università di Roma e di Pisa. Ha tradotto Virgilio (l’intera opera), Lucrezio, Catullo, Orazio, Tibullo, Properzio, Ovidio, Lucano, Petronio, Stazio, Prudenzio, Petrarca latino. Ha pubblicato poesia, saggistica, narrativa. L’ultimo libro di racconti con Manni è Archivio rosso, del 2007.



Prefazione

Luca Canali torna a raccontarci in questi suoi altri racconti il PCI delle Sezioni, quello di cui ci aveva già detto in Archivio rosso
.
Torna nel senso letterale del termine, perché il tempo è cambiato e lui non è più “interno”, se non nei ricordi. È un visitatore esterno che rincontra vecchi luoghi e vecchi compagni. Anche questi ormai esterni al passato di cui fra loro parlano. Non estranei, ché quel tempo è rimasto dentro a tutti.
È un libro triste, questo, a differenza del precedente che aveva suscitato in me – che gli sono contemporanea – una nostalgia struggente e dunque la gioia del ricordare. Con tutte le sue pecche ingenuità rozzezze, quelle Sezioni degli anni a cavallo tra la fine dei Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, erano state straordinariamente ricche. Di politica e di umanità. Per tantissimi rimaste fondanti. Anzi, esaltanti.
I comunisti ora rivisitati, attraverso incontri fugaci, sono invece figure melanconiche, ammaccate, disincantate. Da tempo non sono più le Sezioni ad esser protagoniste: pochi, pur rimasti iscritti e impegnati, le vivono ancora come il luogo del dibattito, della passione, dell’agire politico. Tanto meno come riferimento primo della propria eticità.
La politica, quando ancora c’era – e per molto tempo ancora c’è stata – si era già spostata altrove. Dall’inizio degli anni Sessanta il Partito si è verticalizzato, l’organizzazione territoriale aveva perduto di peso, si era estesa quella per categorie. Le cellule – solo alla Sezione diretta da Luca Canali, la “Centro”, ce n’erano dieci di strada e quaranta di azienda – sono scomparse, se non nel caso di qualche grande agglomerato industriale o impiegatizio. Le Sezioni, più che del loro territorio, ora si occupavano delle incessanti campagne elettorali, della condotta dei rispettivi enti locali ormai spesso gestiti dal Partito, di amministrare se stesse, col tesseramento e le ingigantite feste dell’Unità, le chiacchiere televisive.
Di politica si discuteva per certi versi anche di più, ché gli anni Sessanta sono stati densi di idee e le nuove si incrociarono – non sempre pacificamente – con le vecchie, a lungo dentro lo stesso coriaceo corpaccio comunista. Ma le palestre erano ormai le riviste, i convegni, le conferenze tematiche.
Luca Canali ha rotto prima di questo tempo, è diventato esterno, anche se mai estraneo o, peggio, migrato in altri e più confortevoli territori. Fu radiato, costretto ad uscire dopo i fatti d’Ungheria, già nel ’56, assieme ad un autorevolissimo gruppo di intellettuali. Ma quella rottura non scavò un solco, tanto è vero che molti restarono nel “giro comunista”, a cominciare da Luca stesso; che infatti non si schiera altrove, va ad annusare le redazioni di “Rinascita” o de “l’Unità”, condirettore, per un breve periodo, con Carlo Salinari prima e Antonello Trombadori poi, del “Contemporaneo”. Restando ogni volta deluso, immalinconito.
Leggendo si capisce però che anche per lui, così come per i comunisti che hanno vissuto quella stagione, gli esseri umani che hanno inciso davvero sono quelli delle Sezioni del Pci. Alcuni hanno fatto nel frattempo i soldi, altri si sono persi o rinchiusi, ma la ferita dell’amputazione subita con la fine di quell’esperienza, si riapre ad ogni occasione.
I racconti di Luca Canali non vogliono essere saggio storico sul Pci, ma attraverso le sue narrazioni disincantate si capisce cosa sia stato questo Partito più che da tante opere specialistiche, quelle dell’Istituto Gramsci incluse, dedicate all’argomento.
L’oscillazione fra rigido richiamo al rispetto delle regole istituzionali, il perbenismo, la reprimenda verso ogni velleità ribellistica dei compagni più irrequieti, insofferenti della “bonaccia” che spira, e insieme però la riserva taciuta che ciascuno cova, il senso di alterità totale che ognuno conserva, quella che è stata battezzata “doppiezza”, appare per quel che era: non ambiguità, ma duplice verità. L’una essendo cautela rispetto alla possibile illusione dell’altra.
Ricordo anch’io, al pari di Luca (cui la stessa cosa venne suggerita da Edoardo Perna), quando i dirigenti intellettuali della Federazione romana, un po’ con ironia un po’ con convinzione, mi prendevano in giro perché volevo laurearmi. Voler finire l’Università era un po’ come confessare che non si credeva alla rivoluzione. (“Proprio ora che si avvicina l’ammucchiata?” disse Perna vedendo Luca che usciva da una biblioteca.) E perciò studiavo di notte, o all’ora di pranzo, rifugiandomi alla Biblioteca Nazionale, allora ancora al Collegio Romano, due passi da Sant’Andrea della Valle, sede della Federazione, mentre gli altri – da quando la mensa interna era stata abolita – andavano fino a casa a pranzare (non c’erano gli snack bar, allora, e la pastasciutta era vitale per affrontare le serate infinite che si passavano nelle sezioni). In quelle ore mi ritagliavo con qualche rimorso uno spazio per inseguire i miei obiettivi “borghesi”.
Non era solo Gigetto, il gobbo e argutissimo storico telefonista della Federazione, a lanciarmi qualche battutaccia per queste mie evasioni, né i sospetti venivano da Pio Taticchi, operaio Breda e predecessore di Luca alla Sezione Centro. Quel dubbio, o quella doppia verità, c’era anche nei dirigenti più colti e sottili. Lo si capisce dalla magistrale pennellata con cui Luca dipinge Fernando Di Giulio: la complessità proposta da contesti storici tanto diversi come quello sovietico e quello europeo non consentivano separazioni, la “via italiana al socialismo” di Togliatti non permetteva una rottura con l’URSS, retroterra indispensabile – così ci appariva e forse per una fase non sbagliavamo del tutto – per garantire, nella durezza della guerra fredda, la nostra avventura democratica.
Nei racconti di Luca Canali alla fine del comunismo italiano c’è solo un cenno indiretto. Il Partito, alla fine, si vede e non si vede, non ha più corpo né anima, è una sigla mutante. La politica non è più degli Zimbo, dei Pizzina, dei Trippa, dei Pio Taticchi. È cosa ormai per colletti bianchi. È tornata ad essere “affare di lor signori”. Quel che colpisce, leggendo questi racconti è, innanzitutto, proprio questa sconvolgente mutazione, il vulno vero della democrazia postnovecentesca.

Luciana Castellina
 

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