Elettrocardiodramma

Elettrocardiodramma

sottotitolo
Racconti per musiche e voci
copertina
anno
2008
Collana
Categoria
pagine
96
isbn
978-88-6266-081-5
Titolo
Elettrocardiodramma
Prezzo
16,00 €
ISBN
978-88-6266-081-5
nota
con cd allegato
Con Michele Ascolese – Isa Barzizza – Bungaro – Max Calò – Aisha Cerami – Niccolò Fabi – Lorenzo Feliciati – Alessandro Haber – Rita Marcotulli – Pasquale Minieri – Rocco Papaleo – Ornella Vanoni – Aidan Zammit
 

Elettrocardiodramma è un libro con cd da leggere ed ascoltare.
Sono storie dove il racconto può dilatarsi o anche ridursi fino ai minimi termini.
E la musica si mescola alle parole con ruoli che si invertono donando al lettore un unico godibilissimo messaggio letterario.
Le voci recitanti, importanti, non sono complemento ma parte integrante ed essenziale dei testi proposti.

 
 
Pino Romanelli, autore delle storie, scrittore e produttore musicale, è un salentino che vive nel mondo. Suoi testi sono cantati e interpretati dagli attori più noti sulla scena italiana. Ha al suo attivo Premi della Critica al Festival di Sanremo e, nel 2004, il Lunezia.

INCIPIT

Il mare e il violino
 

Nevila aveva fame ancora prima di salire su quel vecchio rottame arrugginito. La piccola imbarcazione scricchiolava per il peso degli uomini che la occupavano. Il cielo si presentava nero quasi in segno di lutto. Le grida e le voci formavano un coro, straziante e doloroso. Il motore vibrava incessante sotto i piedi ormai assuefatti. Un vento leggero di scirocco spirava da sud-est e l’odore acre del mare intasava le narici. Nevila tenne stretta con forza la custodia del violino e chiuse gli occhi, estraniandosi completamente fino a diventare assente, invisibile. Le facce, le lacrime e le imprecazioni intorno a lei scomparvero. Dimenticando il tempo e lo spazio cominciò a sognare di essere il primo violino di una grande orchestra, con le sale da concerto gremite di persone che applaudivano. Sognò i tanti musicisti che avrebbe conosciuto suonando nei teatri italiani. Sognò di cambiare il suo violino con uno Stradivari, anche se quello che le aveva regalato sua nonna Zilda e che teneva stretto tra le braccia non l’avrebbe mai abbandonato: non è solo la qualità del suono che è importante in uno strumento, pensava. Nonna Zilda le regalò il violino per il suo diciottesimo compleanno, l’aveva barattato al mercato nero di Valona con un televisore a colori portatile. Era tutto quello che sua nonna poteva fare per lei, quando seppe che studiava con impegno per il diploma al conservatorio. Nevila cercò la mela nella tasca della tuta azzura e la portò alla bocca, la masticò con un senso di beatitudine, continuando a tenere gli occhi chiusi. L’impatto forte di un’onda la riportò al presente, le venne in mente suo padre, che poche ore prima l’aveva salutata al porto di Valona. Era la prima volta che lo vedeva piangere. Rabbrividì quando lo vide allontanarsi e parlare con un tipo basso e ossuto che sputava continuamente per terra, sembrava contrariato e stringeva nella mano un kalashnikov. Suo padre passò del denaro all’uomo del fucile che continuava a discutere animatamente alzando la voce e gesticolando. Poi il tipo afferrò il fucile anche con l’altra mano e cominciò a spintonarlo per farlo andare via. Suo padre girò le spalle e poco dopo scomparve dal campo visivo di Nevila.
Quando finalmente affondò i piedi nella sabbia umida, si rese conto di essere arrivata. Il silenzio fu squarciato dalle urla che toccarono il cielo settembrino. Gli uomini che occupavano l’imbarcazione scelsero una direzione e si avviarono, li vide allontanarsi e scomparire nel buio paralizzante della notte. Lei, invece aveva l’ordine preciso di non muoversi, sarebbe venuto a prenderla il signor Oscar, o almeno così le aveva assicurato suo padre.
La grande massa di acqua salata le era di fronte, nera, estenuante. Nevila non aveva né caldo né freddo, solo un’incommensurabile solitudine e una grande voglia di toccare il violino e suonare, suonare, suonare e spaccarsi le dita per sentire un dolore diverso da quello che le stringeva come una morsa la bocca dello stomaco. Doveva restarsene lì buona buona fino a quando non sarebbe arrivato l’uomo che l’avrebbe portata via.