Fino a quando le stelle

Fino a quando le stelle

copertina
anno
2006
Collana
Categoria
pagine
88
isbn
88-8176-864-X
Questo romanzo è la storia di una famiglia tra Puglia e Calabria attraverso cinquanta anni di memorie. Ma c’è soprattutto in primo piano la sindrome di Alzheimer, affrontata con lucidità e coraggio, con una sensibilità che è patrimonio femminile.
Maria Gabriella Genisi è nata nel 1965, vive a Mola di Bari. Appassionata di letteratura e arte, ha da poco dismesso la professione di madre casalinga.
Il suo primo romanzo, del 2006, è Come quando fuori piove.

Incipit

È già mattina. La luce filtra tra le fessure delle persiane. Mi attende la lunga teoria dei soliti gesti quotidiani. Riempio il piattino di latte per Minou, la caffettiera borbotta sul fuoco.
Il telefono squilla, puntuale, sono le otto. È Victor, il mio secondogenito, sempre così attento, così premuroso. Raul invece, non chiama mai.
«Mamma.»
È un attimo, un attimo soltanto, ma non riconosco la sua voce.
«Mamma» mi ripete ed allora mi risolvo a rispondere.
«Sono qui, Victor, bambino mio. Va tutto bene.»
Mi siedo al vecchio tavolo in cucina e mi guardo intorno, smarrita.
Vago per la stanza con lo sguardo, fisso ogni oggetto, ogni più piccola cosa per rincorrere una memoria che va svanendo. Attaccati con calamite colorate sul frigorifero bombato marca Raymond, piccole ricette, bigliettini di auguri ed un disegno del mio nipotino. Anche la vecchia macchia di ruggine sulla maniglia è importante. Quel frigo ha oltre cinquant’anni.
Ho paura, una paura sottile ed impalpabile come la cipria Leclerc che passo da anni ogni giorno sul mio viso. La stessa cipria che Federico aveva scelto per me.
So che la morte arriverà, tra pochi anni ma non è questa la mia angoscia, no. Quello che temo è andar via senza rendermene conto, senza che le ricordanze della mia vita accarezzino l’anima, addolcendo il distacco. Eppure le memorie lontane sono lucide come cristallo bagnato, così vicine, ancora profumate.
Oggi è domenica, i miei figli vengono tutti a pranzo, mi piace tenere in piedi questi piccoli riti, e poi c’è sempre così poco tempo per vedersi. Preparo un ragù tradizionale, impasto due chili di orecchiette. Cinquant’anni di domeniche col sapore del ragù della mamma di Federico. Non ho mai cucinato nulla di diverso, anche dopo che è andato via, per sempre. A lui sarebbe piaciuto così.
Mentre rosolo le braciole, un vuoto alla testa, lo stesso di ieri, mi siedo.
Non so più chi sono, quel buon odore di primitivo rosso che evapora nella mia cucina bianca e blu, non appartiene a me. Sono preoccupata, oggi ne parlo con i ragazzi. O forse no. Perché allarmarli, domani lo dico al mio dottore.
Apparecchio la tavola, saremo in dodici. Metto la tovaglia bianca di fiandra, i sottopiatti di vecchio Sheffield, le porcellane bianche e bordeaux di Richard Ginori. Amo le belle cose, aiutano a vivere. Me lo ha insegnato Federico.
È mezzogiorno, sento i rintocchi dalla chiesa vicina.
Suonano alla porta, sono loro. Arrivano tutti insieme, sono andati a messa. Alexandra, mia figlia, ha portato una torta. Vorrei che fosse domenica tutti i giorni, la tristezza che quotidianamente mi tiene compagnia, va in vacanza. Marinella, mia nuora, mi abbraccia forte forte, mi avvolge nello splendore della sua giovinezza. Mi ha regalato un nuovo nipotino tre anni fa. Chicco, biondo e morbido come un batuffolo, disarmante come suo nonno. È arrivato quando non ci speravo più, nipotine tante, ma è di un maschio che avevo bisogno… Se ci fosse stato suo nonno…
Mangiamo, senza fretta gustando quei sapori che sanno raccontare tante storie. Lucia, la mia nipote preferita, prepara il caffè.
Decidono di andare a cinema, Chicco resterà qui con me.
Andiamo a riposare insieme sul grande letto che gli piace tanto, poggia la sua guancia calda sulla mia, si addormenta. Ho gli occhi lucidi, quanta gioia mi dà questo bambino. Mi assopisco anch’io per pochi minuti.
 O almeno così credo… E invece passano due ore.
Mi sveglio, è già buio, c’è un bimbo nel letto con me. Ma io non so chi sia. Mi gira la testa, due occhioni verde mare mi guardano, sorridono. Sorrido anch’io e stringo forte a me il mio bambino.
«Scusami, amore, scusami, la mia povera testa non funziona più.»
«Dove la bua, nonna?» dice Chicco.
«È passata tesoro, non c’è più.»
 
Stamattina sono andata dal medico, è un compagno di scuola di Raul, l’ho visto crescere.
Si alza, mi viene incontro, mi bacia sulle guance.
«Prego, signora Elvira, si accomodi.»
Mi siedo, e comincio a piangere, sommessamente. Gli racconto dei momenti di buio della mia memoria, dei piccoli malesseri che avverto da qualche tempo.
Prende un fascicolo, mi fa tante domande, poi mi visita con attenzione, con affetto. Lo vedo rabbuiarsi, so che la diagnosi non sarà clemente ma il suono minaccioso di quella parola ha in sé qualcosa di definitivo, di irrevocabile. Alzheimer.
Torno a casa lentamente, faccio fatica a camminare, ho paura. Quella paura che ho tenuto a bada per anni ma che mi ha attesa puntuale ed è ancora con me quando infilo le chiavi nella toppa.
Entro in casa, Minou la mia gatta persiana miagola e mi si struscia contro. La accarezzo distrattamente, ho fretta. Vado in salotto, mi siedo sulla vecchia Chester nera di Federico, in grembo una scatola da biscotti di latta gialla e blu con su scritto “Lazzaroni”.
Dentro, fotografie.