La dimora unica

La dimora unica

sottotitolo
Commedia in un atto
copertina
anno
2009
Collana
Categoria
pagine
120
isbn
978-88-6266-167-6
Titolo
La dimora unica
Prezzo
14,00 €
ISBN
978-88-6266-167-6
nota
Introduzione di Francesco Muzzioli

Un narratore si mette alla prova con un testo per il teatro, scrive Francesco Muzzioli nell’Introduzione e rileva come l’uso consapevole dei mezzi letterari penetri e incida complessivamente nella stesura. Scaturisce un teatro sui generis, che fa propria la lezione di Kafka e Beckett. Godibile come un romanzo breve carico di suspense, evoca temi intriganti: allegoria distopica o visione metafisica; religione come senso del divino o cinico e irridente ateismo; realtà concreta o allucinata fantasia; teatro o meta-teatro.
Sulla scena gli attori, prigionieri di un luogo ermeticamente chiuso, plumbeo e vuoto, cercano di evadere lottando disperatamente contro l’assurdo che dalla dimora penetra inesorabilmente nella mente.

Sandro Dell’Orco è nato a Catanzaro e vive a Roma, dove lavora presso il Ministero per i Beni e le Attività culturali.
Ha scritto racconti e saggi di filosofia e critica letteraria in volume e su riviste specialistiche italiane e straniere. È redattore del bimestrale “Libri e riviste d’Italia”.
Ha al suo attivo anche due romanzi: I Benefattori (Manni 1996), finalista al Premio Feronia, e Delfi (Hacca 2007), vincitore del Premio Speciale Rhegium Julii per la narrativa, in corso di pubblicazione in Grecia.

PREFAZIONE

Oltre gli angusti confini del palcoscenico
 

La dimora unica nasce da un’invaghita, determinata, cocciuta volontà (baldanzosa ma al tempo stesso umile, nel senso della consapevolezza di tornare a una sorta di apprentissage) di Sandro Dell’Orco di misurarsi con la drammaturgia, ovvero non più con la parola perfettamente controllabile (e immutabile) della pagina scritta destinata al rapporto intimo e silenzioso con il lettore, bensì con la parola – la “battuta”!… – che viene per così dire “strappata” all’autore dal regista e dagli interpreti, la parola espropriata, riplasmata, divorata, rigurgitata, rigettata (in un sussurro? un grido? un rantolo?…) sulle tavole del palcoscenico in quel rito indecifrabile che è il teatro, lanciata nella penombra di una platea piena di occhi avidi e di cuori molli, disponibili alla seduzione come all’ostilità, al rapimento come alla distrazione, agli applausi come al dissenso o, peggio ancora, alla più sbadata e fredda indifferenza.
Vincere tale timore, per un autore abituato alla narrativa (e una narrativa di stampo fantastico, per di più, libera da pastoie e quanto mai calcolata nei suoi effetti) era dunque, inevitabilmente, il primo scoglio da superare, e Dell’Orco vi è riuscito comprendendo – o forse intuendo, il che rappresenta un merito anche maggiore: l’intuizione è come il fiuto, appartiene alle bestie di razza – che doveva puntare le sue carte su un altro tavolo, ovvero fare tesoro, sì, della sua esperienza, ma per applicarla alle regole di un gioco differente, tanto più intrigante proprio perché sconosciuto in prima persona, un gioco visto (e forse invidiato) proprio da quella penombra pulsante riservata allo spettatore che del teatro non conosce – e non deve conoscere – le asperità e la fatica (e neppure i trucchi del mestiere, come raccomandava Goldoni) ma soltanto la meraviglia (senza la quale non si fa teatro, ma tutt’al più intrattenimento) del risultato.
Si trattava, insomma, di salire in qualche modo sul palcoscenico per misurarlo e conoscerlo, ma non come un visitatore più o meno attento, bensì per appropriarsi (anche a costo di rubare, certo) di un bagaglio quanto mai composito e a volte, per un occhio estraneo, del tutto insospettabile; era necessario sentire quelle parole prima ancora che qualcun altro le pronunciasse, appurare che fossero possibili lì e non soltanto sulla pagina, che non si tarlassero nella bocca degli attori (i quali sono assai spesso i migliori e più impietosi giudici della ‘teatralità’ di un testo) cadendo morte e inutili sul proscenio, ma che rotolassero via agili, sonore e convincenti.
Perché è sulla parola (ed è naturale – e legittimo – per un romanziere) che Dell’Orco gioca la sua pièce: ma una parola per così dire frammentata, spezzettata, martellata (e martellante, come lo spietato scrosciare della pioggia che ne è il controcanto fin dall’aprirsi del sipario) secondo ritmi tortuosi di stampo beckettiano e pinteriano che la salvano sempre dalla banalità della mimesi (rischio da cui Dell’Orco, per fortuna, è del tutto immune anche nei suoi romanzi) senza privarla di una crudele e divertita capacità di annotare minutamente in filigrana (ed ecco affiorare il narratore, ma in una sorta di felice incoscienza di sé) fatti, incidenti e memorie. La parola si fa di volta in volta chiacchiericcio, ritmo puro, lucida evocazione: scolpisce i personaggi, li denuda, crea equivoci, bisticci, soprassalti, catastrofi; si enfia grottescamente di citazioni più o meno scolastiche o colte, si deride, si autocita, diviene catastrofe essa stessa…
Il resto è lucido e leggero delirio, all’interno del quale i personaggi (anzi, bisognerebbe dire il personaggio doppio/bifronte/specchio memoriale e quant’altro…) fluttuano come in un acquario cristallino, tra decine di ingannevoli e abbaglianti riflessi. Perché Sandro Dell’Orco è un narratore del fantastico, come si diceva, ma con le radici saldamente affondate nella realtà del quotidiano: vale a dire, uno scrittore che violenta tale realtà trattandola come metafora senza neppure annunciarlo, verrebbe da dire con assoluto e inevitabile candore. Per questo, forse, il suo primo incontro con la drammaturgia si rivela così felice: proprio con quel candore, infatti, Dell’Orco spazza subito via tutti gli angusti confini del palcoscenico (che tanto spesso pesano ai narratori che vi salgono sopra, per l’appunto, in visita occasionale), perché comprende (o anche stavolta intuisce: ma in fin dei conti ha qualche importanza?…) che tali confini, semplicemente, non esistono. Ed è questa conquistata libertà che rende vive e autonome le sue parole, permettendo loro di superare con agilità quel proscenio di cui si parlava poco fa, troppo spesso disseminato di inutili cadaveri.

Riccardo Reim

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