Maledetto nei secoli dei secoli l’amore

Maledetto nei secoli dei secoli l’amore

copertina
anno
2008
Collana
Categoria
pagine
48
isbn
978-88-6266-083-9
Titolo
Maledetto nei secoli dei secoli l’amore
Prezzo
5,00 €
ISBN
978-88-6266-083-9
nota
Progetto grafico di Roberto Gorla e Michela Barbiero
Solo fuori piove forte sulla strada e prima di dormire
penso solo che
(una volta, forse in sogno) forse ti vorrei tanto rivedere.
 
 
Ci si può assumere la responsabilità della morte di un uomo, dopo aver rifiutato quella della sua esistenza?
È quanto accade a Lady Mora, la spregiudicata chiromante protagonista di questo racconto, quando – unica parente rimasta in vita – è chiamata a decidere il destino di un cugino entrato in coma. Anni prima, fuggì il suo amore. Oggi, lo abbandonerà di nuovo?

 

 
 

Ascolta qui lo spettacolo teatrale tratto dal racconto di D'Amicis andato in onda in diretta su Radio 3 dalla Sala A di via Asiago, Roma.
Un progetto teatrale di Valentina Sperlì e Renata Palminielli, con Valentina Sperlì, regia Renata Palminiello, suono Andrea Giuseppini, produzione Associazione Teatrale Pistoiese/Valzer srl

 

INCIPIT

Caro cugino, mi dicono che parlarti aiuta (ora mi viene un dubbio: te o me, aiuterebbe?), in ogni caso mi dicono di parlarti e io ti parlo anche se parlare a un uomo in coma non è semplice, non tanto (molto poco, quasi niente) perché tu non mi rispondi (dal mio punto di vista, infatti, la cosa ha i suoi vantaggi) quanto perché (mentre io sono qua, concentrata nello sforzo di trovare le parole) ti sbavi addosso e mi opponi delle smorfie da non credere, ed effettivamente, all’inizio, io mica ci credevo (dunque mi vedi, ti dicevo agitandoti le braccia sotto il naso, dunque mi senti) e non credendoci, o credendoci a tal punto da pensare che nemmeno ero arrivata, nemmeno avevo preso posto al tuo capezzale, e già si stava compiendo (io stavo compiendo?) una specie di miracolo, urlavo all’infermiera (infermiera, infermiera!) che eri chiaramente sul punto di svegliarti, dal momento che (ecco, lo vede?) strabuzzavi gli occhi, abbozzavi una specie (una specie) di sorriso e sfiorandoti la mano (provi, senta) la stringevi con la forza di un uomo che anziché franare nel dirupo dell’oblio s’aggrappa alla vita (che anzi, aggrappandosi alla vita la risale), ma quella (l’infermiera bassa, la più bestia, quella che svuota il tuo catetere cantando Io tu e le rose) senza nemmeno degnarti di un’occhiata, senza nemmeno una formale disponibilità a considerare realistica l’ipotesi, mi diceva no signora (la flebo, però, gli va cambiata), mi diceva (con l’aria di chi ha cambiato molte flebo)guardi signora che è normale (sono io dunque quella strana, sono io – pensavo – che non so come vive un uomo in coma) e allora io pensavo (al di là del fatto che un uomo in coma forse muore), al di là del fatto che tu, cugino mio, mi guardi e non mi guardi da un altrove assai speciale (è sempre esotico – hai scarabocchiato sul depliant di un’agenzia di viaggi – il mondo selvaggio di chi è innamorato), pensavo (e ancora penso) che l’altro giorno ero in televisione a dissertare tranquillamente di Saturno in Giove, e ora guarda dentro che buco nero sono precipitata (normale, dice!)...