Notte di nebbia in pianura di Angelo Ricci (Manni editore, 2009) non lancia messaggi. Non contiene una morale. E’ quanto afferma lo stesso autore, apostrofando così il suo libro, un romanzo ambientato in una notte nebbiosa. La trama di Ricci è come una fotografia che improvvisamente si anima, in uno spazio e in un tempo preciso scorrono storie di vita in presa diretta con personaggi che vivono in una disperata e desolata assenza di motivazioni, nel trionfo della banalità.
Ho scelto questa ambientazione perchè mi piace molto l’inverno. Mi piacciono il freddo, la pioggia, la neve. Amo molto la nebbia. È il simbolo della mia terra. Hemingway diceva che occorre scrivere solo di ciò che si conosce e proprio per questo ho ambientato questa storia nella nebbia. Perché la nebbia rappresenta l’essenza della mia terra e la mia terra, cioè la Pianura Padana, è ciò che conosco meglio. Credo che la pianura sia il luogo letterario per eccellenza. Se dai un foglio di carta ed una matita ad un bambino e gli chiedi di disegnare il mare o la montagna, si metterà subito a fare dei segni sulla carta. Ma se gli chiedi di disegnarti la pianura, non saprà che cosa fare.
Non è tanto la notte in sé, quanto il fatto che è una notte di un’antivigilia di Natale. Sono molto legato all’idea del Natale come momento di attesa. Come momento simbolico di un cambiamento (interiore ed esteriore) che però, nei fatti, non è destinato a concretizzarsi. Mai. Notte natalizia, quindi come scoperta e riscoperta della nostra irrimediabile solitudine. Notte natalizia come momento di terribile disillusione. Disillusione che si concretizza nella nostra impossibilità di fuga dalla prigione delle nostre meschinità.
Figure rarefatte perse nella loro ineluttabile e frettolosa singolarità, immerse nel biancore confuso e lattiginoso della nebbia. La copertina rende bene quella che è la condizione dei personaggi del romanzo. Figure a volte appena abbozzate, che stentano a trovare un equilibrio. Credo possa essere considerata una metafora dei tempi che viviamo. Sono sempre stato convinto che i fatti storici e politici abbiano un’influenza sulla nostra quotidianità. Personalmente ho vissuto i miei primi venticinque anni in un mondo che ora è scomparso. Quello della Cortina di Ferro, quello dei due blocchi contrapposti, quello dell’equilibrio del terrore atomico. Quel mondo (con tutto ciò che rappresentava, nel bene e nel male e, soprattutto, a prescindere dall’essere filoatlantici o filosovietici) è crollato nel giro di poche ore, una sera di novembre del 1989.
Credo che il mondo (e quindi anche le nostre vite quotidiane) da allora non sia riuscito a trovare un nuovo punto di equilibrio. I nuovi problemi (immigrazione, confronto con l’Islam, nuovo ruolo degli USA, nuovi rovinosi nazionalismi) non hanno trovato ancora una soluzione, se mai la troveranno. Da osservatore (chi scrive osserva sempre) noto che lo squilibrio della Storia (con la esse maiuscola) si riverbera nei gesti della nostra quotidianità, nel nostro rapportarci ai problemi di tutti i giorni che nascono proprio dalle domande alle quali la Storia non sa dare risposte. E da allora, da quel novembre 1989, le nostre vite non hanno più trovato un punto di riferimento. Ed è proprio da allora che le nostre vite si muovono nella nebbia.