Anna Segre. Monologhi di poi

01/07/2005

Antologia tiberina. Cinquantanove invenzioni autobiografiche in poesia dal ghetto, di Fernando Liuzzi


Siamo alla vigilia della nascita di un nuovo caso letterario generato dall’ambiente ebraico romano? Forse no, perché non è affatto detto che il piccolo libro di poesie di Anna Segre, che è arrivato a maggio in libreria, ottenga la stessa repentina glorificazione mediatica che ha accolto, tra febbraio e marzo, Con le peggiori intenzioni, il poderoso romanzo di Alessandro Piperno (Mondadori). E però, anche se i Monologhi di poi non diventeranno rapidamente un best seller,  questo inatteso libro d’esordio, opera di una psicoterapeuta quarantenne, ha tutta l’aria di potersi trasformare in un frequentato long seller.
Di che cosa si tratta? Di cinquantanove poesie. Cinquantanove vite raccontate in un breve volgere di versi.  Cinquantanove autobiografie che, avendo concluso il loro soggiorno terreno, possono ormai fissare in poche righe la cifra di un’intera esistenza.
L’espediente letterario è noto. Tanto che Cesare Segre, nella premessa, osserva che “la parentela di questi testi con l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters è evidente”. Come antenati di Anna Segre, vengono però in mente anche Giuseppe Gioacchino Belli, per la pulsione dissacrante e la propensione al racconto diretto e folgorante; e Pier Paolo Pasolini, per lo sguardo dolente gettato devastazioni antropologiche causate da una modernizzazione consumistica frettolosa e mal assorbita.
Come nel libro di Piperno, i protagonisti di queste ministorie appaiono essere, in gran parte, ebrei romani o, quanto meno, ebrei vissuti a Roma dagli anni Cinquanta del Novecento a oggi. Ma non sono geni della fisica, né violinisti sul tetto o poetici lattivendoli. Sono persone comuni che aggiungono, a comuni difficoltà esistenziali, quelle derivanti dal fatto di avere la testa nel vecchio ghetto e in cuore in un qualche altrove. O, se si preferisce, una parte di sé dentro un mondo di tradizioni e un’altra parte non si sa bene dove. Destini soffocati da un ambiente troppo chiuso, ambizioni sbagliate, armonie smarrite, una pienezza di senso quasi mai ritrovata. E poi, la rinnovata persecuzione del peggior nemico che abbia ognuno di noi: se stesso.
Storie a parte, la cosa forse più importante del libro è l’impasto linguistico fatto di un italiano parlato, quotidiano, concreto, minimalista. Ho commerciato in calzini / pesci rossi camicie a fiori; solcato a tratti da inserzioni gergali, ora alte. Vissi nella live anossia, ora basse Portavo la quinta di reggiseno; disposto a civettare con la koiné neo-romanesca (una bmw che di prima fa una piotta; pronto ad accogliere parole ebraiche Donando in zedakà una percentuale fissa o i lasciti del giudaico romanesco Uno iodìo di piazza).
Anna Segre può così regalarci degli incipit memorabili (Arrivai da Tripoli in braccio a mia nonna) cui seguono versi inesorabili e capaci –a libro chiuso- di lasciare inquieto il lettore. Versi in alcuni casi, ma solo in alcuni, anche troppo spietati.

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