Claudia Patuzzi, La stanza di Garibaldi

27/03/2006

La stanza di Garibaldi: la vera storia di Ghislain, di Laura Muzzi e Teresa Graziadio


Una  storia di abbandono, di esclusione, di forzata reclusione. Una storia vera, ricostruita sulla base di un inedito epistolario, che si dipana con andamento circolare dal presente al passato lungo il corso del Novecento attraverso le sue tappe nodali: la prima guerra mondiale, la fine della guerra e il dopo-guerra segnato dalla falcidie della “Spagnola”, l’avvento del fascismo e la seconda guerra mondiale. E’ la storia di Ghislain, nato fuori del matrimonio da un incontro casuale, trasformatosi poi in amore travolgente, tra un’affascinante fanciulla dell’asfittica borghesia belga, Eugénie, e un franco-corso di origine italiana, Paul Mancinì, rampollo di una ricca ed altolocata famiglia parigina. La stessa nascita significa per Ghislain la prima esclusione dalla comunità familiare materna, capeggiata dal terribile ed onnipotente Cyrille. Fa seguito il primo abbandono, per la morte improvvisa e misteriosa del padre e l’inevitabile immediato allontanamento anche dalla famiglia paterna.


Una storia che alla circolarità del tempo  contrappone una sorta di triangolarità dei luoghi in cui si svolge: la grigia Bruxelles, la brillante Parigi e la lontana  Italia. E’ un italiano l’uomo di cui la madre di Ghislain si innamora e con il quale si unisce in matrimonio: Annibale Fata, ovverosia “il Niba. Questa unione sarà la causa del secondo abbandono: la madre si trasferisce nel pieno della guerra in Italia, senza però portare con sé il primogenito. Quando, a guerra terminata, tornerà a riprenderlo, sarà ormai minata dalla “Spagnola” e finirà per morire anch’ella tra le braccia del figlio. Di qui la forzata reclusione  nella Scuola cristiana di Overijshe, vicino Bruxelles, per volere indiscusso di Cyrille. Ed è in questa reclusione, divenuta totale ed irreversibile dopo che il novizio è costretto  a prendere i voti, che trascorre la vita di Ghislain: lontano dal mondo degli affetti, in uno stato di silenzio e  di sopraffazione della sua volontà. “Frangar, non flectar”. Sono le parole di commiato del nonno. 


In questo scorrere monotono della vita, scandito solo da regole severe e pratiche mortificanti, si colloca l’evento straordinario che giustifica il titolo del libro. Ghislain, ormai prete venticinquenne, la cui figura esteriore è inequivocabilmente caratterizzata dalla presenza del cappello a tre punte, viene inaspettatamente invitato in Italia, a Macerata, a trascorrere una breve vacanza  nella famiglia del padre adottivo, il Niba. Nel palazzo dei Fata, nella stanza in cui soggiornò Garibaldi, trasformata in una sorta di sacrario, Ghislain  vive un’esperienza nuova attorniato da una famiglia numerosa e chiassosa. E’ lì che farà una sconvolgente scoperta che darà senso a tutti i suoi trascorsi. Nonostante ciò la sua vita rimarrà immutata per oltre cinquanta anni, chiuso nell’abito talare nel   ruolo di professore, fino a quando  Giovanni XXIII introdurrà la riforma degli ordini religiosi e con essa la possibilità di pensionamento per i sacerdoti.  “Se non fosse intervenuto il Concilio Ecumenico  e papa Giovanni -scrive Ghislain in una lettera alla nipote- credo che sarei diventato pazzo. Dal 1967 in poi, anche se con molta lentezza, l’antica regola del 1718 è stata quasi tutta abolita e io ho potuto, dopo la pensione, vivere da solo in camera. Solo con i miei pensieri, i miei sogni, i miei sentimenti”.


All’età di ottant’anni Ghislain comincia a vivere e a trascorrere le sue vacanze in Italia. “Per più di trent’anni ho passato le  vacanze  chiuso nel collegio con i libri e che libri: i libri scolastici”, scrive il prete. E’ allora che comincia ad intrattenere un rapporto epistolare con la  giovane nipote, l’autrice del romanzo, la sua “fatina”, cui svela i retroscena della sua esistenza in modo pudico e talvolta velato, per non ferirne la sensibilità. Laddove la reticenza dello zio, “mon oncle”, lascia dei vuoti la scrittrice Claudia Patuzzi, cerca di colmarli  attraverso  lo studio di documenti di vario tipo: certificati di nascita, di morte,  di matrimonio, atti di vendita e, non ultima la memoria della madre.  Prende forma uno scritto il cui genere risulta difficilmente catalogabile. Romanzo storico o epistolare? Romanzo biografico o saga familiare?


La scrittura sperimentale, di cui l’autrice si avvale con uno stile sicuro e disinvolto, riesce a riunirli  tutti, dando vita ad una storia avvincente. Accanto ad una folla di personaggi, diversi ma molto caratterizzati, compaiono anche gli ingredienti del romanzo giallo e lo sfondo storico, tracciato senza invadenza dall’autrice, richiama, seppure alla lontana, la grande scrittura femminile sudamericana.  

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