Francesco Macciò, L'ombra che intorno riunisce le cose

01/05/2009
Una fisiognomica d’ambiente, di Massimo Morasso

Ci sono autori, nei quali la parola porta con sé le tracce del suo sposalizio con un genius loci imprescindibile. È ben vero che l’impronta di un paesaggio locale può diventare viatico stilistico, cifra di riconoscibilità, e, nei migliori, perfino stimmate di un’avvenuta visione. In quest’ultimo libro di Francesco Macciò i volti dei microcosmi torrigliesi o della Val Trebbia non sono soltanto apparenze sensibili. Qui l’aspetto delle cose è una realtà interiore. Qui, nel cerchio emblematico di quel medesimo, scontroso entroterra ligure cantato a suo tempo – ellitticamente, mirabilmente – dal “foresto” Caproni, l’aspetto delle cose è il risultato di un’operazione ermeneutica di interlocuzione dell’io con il paesaggio. Libro assai complesso e articolato, questo L’ombra che intorno riunisce le cose, diviso in nove sezioni di diversa lunghezza e ambizione: contenitori di una topografia, o per meglio dire di una fisiognomica d’ambiente tracciata con sicurezza da un compasso mentale capace di intersecare i piani del suo discorso – e di restituire, vive, sulla pagina immagini eccentriche e iperboliche (che so, «l’inceppo nell’occhio millimetrico/ di Crono» in A una conosciuta) quanto, a volte, le linee di un cerchio perfetto in cui il sentire memore ha aperto le vie del cuore spingendolo verso i suoi giusti, “inevitabili” correlativi poetici (e questo, sia sul versante autobiografico-sentimentale, come, per esempio, nell’intenso miniciclo dedicato alla memoria del padre, sia sul versante più oggettivo-impersonale, come, esemplarmente, nella serie degli ink tablets, quasi a fondo libro). Francesco Macciò non è un poeta-narciso. Tutt’altro che auto-centrato, il mondo esterno gli si offre con nettezza inebriante, quasi ingombrante. Così le fronde oblique dei pioppi, l’odore del fieno e il tavolo buio del bar fanno parte della nostra stessa esperienza umana, e le case del villaggio abbandonato di Tecosa e il monte Antola transustanziato / celtizzato in monte di Bormano ci parlano non tanto, o non solo, dell’uomo Macciò e dei suoi casi, quanto della nostra filogenesi, ci aprono alla dimensione dell’ancestrale comune che alberga in noi. In questo libro della prima, promettente maturità, troviamo un bell’esempio di poesia onesta: tutto un mondo rurale di boschi e fiumi, di mercati e scopone scientifico, tutta una verità d’esistenza respira in questi versi a volte ridondanti, a volte, anche, francamente discutibili (lì dove il mero piacere del gioco linguistico e certo mentalismo un po’ datato prende il sopravvento), eppure sorretti sempre da uno sguardo vigile, incorrotto, “onesto”, appunto… È bello incontrare oggi delle persone che, come Macciò, lavorano alla ricerca della propria personale pronuncia portando avanti senza paura l’idea forte della poesia come scrittura di confine, come luogo marginale di resistenza.

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