Giacomo Leronni, La polvere del bene

01/05/2009

Il capitale di Leronni, di Davide Puccini

Polvere del bene è una raccolta saldamente costruita, suddivisa in tre sezioni, simmetricamente precedute e seguite da un componimento isolato in corsivo, il secondo e ultimo dei quali eponimo. Quello della polvere è un vero e proprio leitmotiv e, infatti, la parola attraversa da cima a fondo come un filo rosso tutto il libro, ma non è l’unico. Per esempio nella seconda sezione, Onore al silenzio, alla polvere si affianca appunto il silenzio e non mancano diversi casi simili. Anche il titolo delle altre due sezioni trova giustificazione nel testo: la prima, Dimore restie, “Avvizzisce la mente: / dimora restia / parola azzardata / la meno clemente”; la terza, A valle del dolore: “E in fondo, lucido, spietato / quel nodo diligente, quel calore: / il giro controvento della giostra / la ruggine a valle del dolore”. Un tu di appoggio lascia supporre o indovinare una sorta di canzoniere amoroso, ma – lo abbiamo appena visto – se un titolo come A valle del dolore potrebbe far pensare che il peggio è ormai passato, la “ruggine” lo smentisce, e anche un correlativo oggettivo come “il giro commovente della giostra” si connota certo negativamente. La scommessa è molto alta “perché – [come scrive il predatore Francesco Giannoccaro] – l’autore non si limita a registrare eventi – stazioni talora dolenti di un’intera vita – e a lasciarsi traghettare da questi come un corpo inerte. Accetta invece la sfida dell’esistere, si logora nel confronto, sapendo che si può anche soccombere. Purché si salvi almeno un’idea o un’emozione, all’insegna di una ricerca conoscitiva compiuta passo dopo passo, senza affanni”. Tuttavia il centro pulsante del libro si trova forse in componimenti in cui si parla proprio del libro o della poesia, come in questo: “Poesia, che non ha consegne / che non ha lino / per l’occhio della storia. / Coccio intemperante / non sigilla dimore, non aggiunge / ombre alla follia. / Abbiamo perduto la sua selce: / una vena stentata ne sorveglia / il soffio, il nome” (p. 33). Il discorso qui è di carattere prevalentemente negativo (la lezione del Montale, “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” è ancora viva), ma nel momento stesso in cui Leronni sembra togliere importanza al libro e alla poesia, riducendone la portata, è proprio allora che punta tutto il suo capitale. Le metafore tendono a spianarsi, il senso si apre a una chiarezza quasi didattica, inoltre in modo esemplare possiamo ravvisare come la struttura delle poesie sia bipartita, e talvolta, come il primo verso della seconda parte si presenti come una ripresa-variazione del primo. Ancora più importante è l’uso frequente della rima in explicit, che sigilla il componimento con una sorta di cadenza perfetta e, in qualche modo, contrasta con la petrosità del testo quasi la nega, rivelando una segreta aspirazione al canto: una prima risposta vincente nei confronti del negativo, che ci auguriamo finisca per prendere il sopravvento.

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