Giancarlo Tramutoli, Versi pure, grazie

01-09-2006

Vengo dopo il tiggì, di Dominga Carbone

«Giancarlo Tramutoli è uno dei rari poeti giocosi che ci siano oggi in Italia (Paese, come tutti sanno, con la più alta concentrazione di poeti seri e seriosi del mondo e, forse, dell’universo)».
Non so dove ho letto questa recensione, ma credo che sia condivisibile quando parliamo della poesia del nostro “castiga-autori” di Viaggi di Testa. Sono versi giocosi, che mettono di buon umore: graffianti e rapidi come una zampata felina di immediata intelligenza.
«Gli diedero dell’avaro. Lui non spese una parola per difendersi». Oppure: «Tutta una vita a combattere i luoghi comuni per arrivare in un luogocosì poco comuneche non ci passa più nessuno». Ecco, in queste due sintesi di suoi vecchi lavori troviamo l’«apatico patetico altro che poetico…» di Versi pure, grazie, la sua ultima fatica, come si dice degli autori affermati.
Dunque, non ti definisci un poeta?
Quando scrivi una poesia ti vedi attribuire il prototipo del poeta. Il gioco sta nel differenziarsi. Sanguineti parla del “poetese”: una tipologia di poesia classica, accademica, da “tisico” sfigato, insomma il modello leopardiano. Invece, bisogna trovare uno stile proprio, personale, né patetico né eccentrico: Marziale, Orazio, Catullo, sono poeti diretti. Io scrivo poesie in odio al poetese, cerco di far capire che sono ironiche, satiriche, questa per me è la poesia.
Sembra di capire, dai tuoi versi, che per essere poeti è necessario essere malinconici e insoddisfatti.
Anche Totò quando scriveva era patetico: l’idea che si ha della poesia è questa. Gli editor che si cimentano nello scrivere poesia propendono per questo canone, l’approccio ironico è tagliato fuori, è come una maledizione. I poeti antichi o quelli americani scrivevano poesia di invettiva: una poesia semplice, piacevole, con giochi di parole, calembour, non-sense. Chi legge deve essere spiazzato, mi interessa anche il pathos ma non deve diventare patetico.
La poesia, secondo la definizione classica, è una composizione in versi che segue regole metriche e stilistiche. Come si può definire la poesia dei nostri tempi, se esiste ancora? Basta una rima per fare poesia?
La poesia deve seguire un equilibrio: c’è la poesia malinconica e quella che fa sorridere, come in un quadro dove non ci sono solo colori brillanti. Deve essere un insieme di elementi: semplicità, gioco, approccio diretto, non-sense, giochi di parole, visibilità, musicalità, assonanze.
Alcuni tuoi versi fanno sorridere, sono ironici, ironizzi su te stesso e sul mondo che ti circonda. È insoddisfazione o pura ironia?
Io lavoro sulla quotidianità: scrivo di getto, in modo automatico, cerco di evitare il repertorio poetico classico: il gabbiamo, il tramonto. Traggo ispirazione anche dalle conversazioni da ufficio, dai luoghi comuni, dalle comunicazioni finte, dagli automatismi vuoti, li smonto, li spezzo e ci costruisco intorno la poesia. Parto dal suono e lo modifico, immagino la scena, aggiungo un significato nuovo, un paradosso.
«E a nessun giornalista interessa questa mia nuova poesia». Ce l’hai con i giornalisti o è timore di non essere letto e apprezzato?
È uno scherzo per dire che il Tg non comincia mai con una notizia letteraria, sono sempre in coda al telegiornale, l’ultima notizia è la letteratura, allora penso “qui nessuno mi considera”. È anche un modo per ironizzare sulla lagna dello scrittore che non sembra mai contento.
Nelle tue recensioni letterarie ti dimostri spesso insoddisfatto degli autori, criticandoli senza molti giri di parole. Accetti le stesse critiche alle tue composizioni?
Non è piacevole, le do e le prendo, cerco di essere divertente non solo brutale. La brutalità cerco di motivarla, cito le parole, chiunque può farlo; non tutti accettano il gioco, ad esempio chi critica in modo anonimo. Io dico quello che mi è sembrato brutto, attacco l’inattaccabile e mi faccio dei nemici.
«Scrivere qualcosa di definitivo (…) far capire al mondo che tu ci sei». Scrivi per lasciare una traccia di te?
Indubbiamente, il libro ti sopravvive, come anche un quadro, ma si scrive anche per un bisogno di libertà: ognuno ha un suo mondo estetico, lavora sul proprio codice estetico; leggendo la poesia tutti pensano che sia inutile, non è così, è un modo per arricchire il quotidiano, che è ormai invaso dalle convenzioni e dalle frasi fatte. Oggi c’è un crollo repentino, nessuno ragiona più con la sua testa, si utilizzano forme automatiche, non si è più capaci di esprimere la propria personale “cazzata”. Invece, bisogna personalizzare l’esperienza, chi legge i miei lavori li riconosce, anche se sono “stronzate”, ma sono le mie.
Ti sei “rotto di scrivere versi”?
Quando ho scritto questa poesia sì. All’inizio ne scrivevo cinque al giorno, ora cinque al mese; il mio è un approccio autoironico: se ho voglia, se ho qualcosa da dire, scrivo, altrimenti mi astengo. Il meccanismo è giocoso: sposto le lettere, creo giochi di parole per fare satira, ma dico qualcosa che ha un contenuto, un significato profondo.
Oltre che un senso, le parole hanno un peso?
Il mio scopo è quello di sottrarmi alla dittatura del vocabolario, della parola condivisa, sono piccole sfumature personali che passano attraverso il linguaggio, è importante come racconti quello che succede intorno a te, quello che tu senti, se sei contento, triste, lo fai interagire con ciò che sta intorno. Non parto mai da un presupposto ben preciso. Il suono mi ispira la parola, che mi porta poi al significato, così esprimo qualcosa di sensato, e da qui nasce la magia. Ci può essere una battuta, lo piazzamento, il pathos, tutto sostenuto da un’armonia formale, altrimenti sarebbe una semplice battuta umoristica.
Scrivi, dipingi e suoni, ma qual è il vero Tramutoli?
Sono spinto da un’esigenza creativa, dal bisogno di rinnovamento, faccio le cose a modo mio. Quando scrivo e dipingo non penso a niente, sono due approcci paralleli, mi piace sperimentare, comincio, ma non so dove vado a finire. Il paradosso è il lavoro di routine, quando posso inserisco il mio linguaggio: il lavoro serve per campare, quando finisco mi dedico a ciò che mi interessa. Il mio gusto è far entrare la materia letteraria nel quotidiano.
E nel quotidiano c’è la poesia?
La poesia è il tuo modo di vivere, è quello a cui ti aggrappi, è una cosa che ti definisce, ti toglie dalla massificazione, il tuo modo di essere. Così come la lettura è una malattia, è importante, diventa un modo di difendersi, mi odio o mi rispetto perché ho un libro in mano, un libro non è una cosa esterna a te, sei diventato tu quella cosa, ti protegge o ti crea problemi. Quando si scrive una poesia ci si deve giustificare, ma offre il fascino di qualcosa di anacronistico; sicuramente non paga, e quando avviene, che pagano, questo è un riconoscimento oggettivo, fa parte del gioco: vedere cosa succede, chi ne parlerà e come.