Giorgio Caproni, Amore, com'è ferito il secolo

01/04/2007

La rima giusta per la moglie Rina, di Pasquale Di Palmo

Le figure femminili occupano un posto di rilievo nell’opera di Giorgio Caproni, incidendosi nella memoria del lettore con una rara, icastica leggerezza. Basti per tutte pensare all’indimenticabile immagine della madre, Anna Picchi, a cui è dedicata una delle sezioni più intense del Seme del piangere. Al pari della madre, la figura della moglie, Rosa Rettagliata, soprannominata Rina, è stata immortalata in numerose poesie che in parte ci vengono proposte, insieme a un florilegio di lettere, in un’antologia curata da Stefano Verdino. Le poesie scelte sono quelle in cui è esplicito il riferimento a Rina e abbracciano quasi tutta la produzione caproniana: dalla seconda silloge, intitolata Ballo a Fontanigorda (1938) alla raccolta postuma Res amissa (1991).
Spesso si tratta di testi molto conosciuti come “L’ascensore” (che segna una svolta nella poetica caproniana) o “Il gibbone”, alternati a spunti in cui le sembianze di Rina assumono di volta in volta valenze e significati diversi, arrivando a sfumare non di rado in quelle di Olga, la fidanzata morta, o in quelle della madre. Caproni arriverà d’altronde a rastremare talmente il proprio dettato da estrapolare il passaggio di una lettera di Rina per una sua celeberrima quartina intitolata “Da una lettera di Rina”: «[…] Si sta bene a Loco. / C’è ancora il grano dei campi. / Le amarene mature. / Qui sono entusiasti».
In appendice figura una scelta di lettere indirizzate da Caproni alla moglie durante il servizio militare, corredate da un paio di missive scritte nel secondo dopoguerra da Roma e da qualche comunicazione di Rina al marito. Il tono di questi scambi epistolari è dominato dai consigli e dai suggerimenti dettati dalle incombenze di tipo quotidiano in cui tra le righe trapela il premuroso affetto tra i due coniugi.
 

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