Giorgio Morale, Paulu Piulu

06/04/2005

Quadretti d'infanzia, di Paolo Giussani


Ho fatto leggere il romanzo di Morale ad un amico, che ha reagito con “Ecco un altro Bildungsroman!”. Nulla che possa essere più fuori luogo. Il Bildungsroman, come ad es. il Wilhelm Meister di Goethe o l’Enrico il Verde di Keller, è un genere che non esiste più da tempo immemore, anzi è esistito solo nel XIX secolo e solo in Germania, legato com’era all’esigenza degli artisti ed intellettuali tedeschi dell’epoca, chiusi in una società assai meschina, di far vedere a se stessi ed al resto del mondo che con sforzi e con tempo erano tuttavia in grado di raggiungere il livello medio (o minimo) della cultura del resto d’Europa, ossia di quella francese ed inglese. Cercare di riprodurre un genere legato ad un tempo e a condizioni storiche particolari normalmente conduce ad effetti disastrosi se non proprio comici, come quelli della tragedia “classica” francese e dello (pseudo) dramma epico del XIX secolo.
Paulu Piulu (Manni 2005) non risponde a nulla del genere; l’autore non ha nulla da mostrare o dimostrare, soltanto rievocare in una serie di eccezionali quadretti impressionistici la propria infanzia in particolare, la propria vita in generale, quando questa si svolgeva altrove, nel luogo delle origini, la Sicilia della vita dura e povera dei primi decenni del dopoguerra, che da Morale non è vista e riprodotta come un luogo peculiare ma solo come l’ambiente dove la parte iniziale della vita si è svolta. Egualmente bene, il romanzo avrebbe potuto essere ambientato, poniamo, in Friuli o in Sardegna – se l’autore fosse stato originario di questi posti – l’unica condizione essendo che l’ambiente di origine debba essere molto diverso da quello del presente, la Milano di questi tempi per l’appunto.
Volendo aderire alla perversa mania delle etichettature, Paulu Piulu si potrebbe definire un “romanzo esistenziale”; ma in realtà non è neppure questo, è di più: un’elegia sulle perdute infanzia e fanciullezza, ché quando queste vengono superate per l’età adulta è del tutto impossibile che questa “ch’anco tardi a venir, non ti sia grave”. E di questi tempi, specialmente per la nostra generazione – quella dei nati nei mitici anni ‘50 – essa può essere molto ma molto grave.
Paulu Piulu è una collezione di brevi quadretti narrativi di stampo impressionistico, che raccolgono cinquantaquattro singoli episodi della vita del ragazzino Paulu, raggruppati in due sezioni, “Mosca cieca con il sole” con ventisette momenti e “La torta di sabbia” con ventisei, separate dal duro momento dell’emigrazione del padre di Paulu in Germania, più l’epilogo fatto di un singolo episodio ma nell’età matura del protagonista. In ciascun quadretto, ciò che conta non è tanto quello che accade, il fatto su cui l’episodio fa perno, ma l’azione del fatto sull’animo del protagonista, e non per farci vedere un qualche progresso nella “formazione” del ragazzo, ma solo per ricordare e rimarcare l’assoluta irreversibilità del tempo e della vita, quindi in realtà l’effetto del fatto antico sul ricordo che ora l’autore ha di esso o meglio sul ricordo che ora l’autore ritiene di avere del come il fatto agì al momento sul proprio animo. Sotto questo aspetto, tanto perché la scelta degli episodi è grandemente singolare e quindi efficace quanto perché la riproposizione delle sensazioni e degli stati d'animo è ben costruita, Paulu Piulu è un’opera assai riuscita; il romanzo commuove nel vero senso della parola, ossia muove il lettore all’unisono con l’autore, lo spinge a fare la stessa cosa, a riandare, a rivivere in senso proprio la prima parte della propria vita, quella che tutti tradiscono invecchiando, l’unica felice e l’unica che in realtà è costantemente necessario rivivere, come il grande recanatese ha cercato di insegnare, forse non sempre inutilmente.

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