Lidia De Federicis, Del raccontare

18-02-2005

L'Umanesimo con il cappellino bianco e blu, di Filippo La Porta


Fine anni 50: alla sua prima esperienza di insegnamento una giovane neolaureata si presenta nel liceo classico di Saluzzo con un piccolo tailleur azzurro, cucito dalla madre rimediando scampoli al mercato, e un cappellino bianco e blu. Indossa il riscatto sociale che premeva ai genitori, "già umiliati e offesi" (lui funzionario statale e lei sartina). Lidia De Federicis in seguito ricucirà il suo discorso critico raccogliendo frammenti qui e là, per riscattare non tanto e non solo i genitori (che, sperduti, si sposarono a Torino nel '29), quanto la parte sperduta di sé e di ciascuno di noi. Benché ci parli della sfera affettiva, del privato, della biografia intima delle persone la De Federicis ha scritto un libro "politico", nell'accezione originaria (e più ricca) del termine: la scommessa sulla capacità della polis di rappresentare quanti più aspetti della condizione umana (il male, diceva Camus ripetendo Pascal, nasce dall'esclusione di qualcosa). Il suo centro di irradiazione si trova probabilmente là dove elenca, seguendo Amartya Sen, alcune delle "capacità fondamentali per lo sviluppo del potenziale umano", e cioè "l'integrità fisica e dei sentimenti, poter provare affetto, poter usare i propri sensi per pensare e ragionare in modo veramente umano. Capacità che vanno coltivate anzitutto nella scuola, con l'aiuto di docenti che la abitino senza avere altre (e bovaristiche) ambizioni. Il libro è attraversato da serietà malinconica e da un sentimento del tragico, per la semplice ragione che la letteratura non è mai edificante. Può consolarci, ma solo se non glielo chiediamo. L'autrice si sofferma su quei romanzi che ci danno il senso della fine, che rappresentano il dolore ("eterno fuori sede", Rasy), o le pulsioni di morte ("fuori norma", Ferrante) o "l'orrido rito della vita" (Castaldi). La sua idea di letteratura, con l'accento posto sull'extratesto (su quanto non è mai interamente formalizzabile) sembra più eversiva di quanto poi emerga dal tono (affabile) e dalla compostezza dellle recensioni. Eppure la durezza c'è, dissimulata in un lieve pudore (uno dei valori a lei cari è la discrezione, ritrovata in una pagina di Robbe-Grillet).
Del raccontare è un diario (forma semplice) atteraverso un collage di interventi e frammenti critici (forma complessa). Come ci si racconta? La De Federicis intende farlo parlando degli altri, dei libri e degli autori, descrivendo altre descrizioni. La critica come autobiografia. Copia di una copia (come l'arte condannata da Platone). Del proprio vissuto non si possono avere rappresentazioni dirette. Il recensore è iconoclasta. Concordo, benché personalmente mi senta più vicino al Pampaloni qui citato, il quale "mirava all'unicità dell'opera", mentre l'autrice preferisce le ricognizioni sui "flussi e i modi" del discorso letterario. Lei sembra prediligere non il ritratto (il risalire dall'opera all'uomo) ma le mappature (non l'arte pittorica ma il tracciato geografico); forse perché vi si sente più libera (in una frase si rivela la natuira indocile, quando dice che non lavorando all'università non deve "obbedienze"). L'intero libro ruota intorno alla "pedagogia femminile". Cuore di questa pedagogia è il valore dell'esperienza, è il corpo come unità semantica, contro le astrazioni. Proprio di questo dovrà alimentarsi ogni umanesimo critico: ingentilito da un cappellino bianco e blu, ma all'altezza dei conflitti del proprio tempo e senza rinunciare alla cognizione del dolore.