Maria Rosa Panté, Noi che non fummo Muse

11-06-2006
Muse deviate, di Valeria Palumbo
Che strano destino quello della "musa". Per noi in qualche modo è sinonimo di donna nel cono d'ombra di un genio. Una che è sta lì come una bella statuina e lascia che il genio, al solo guardarla, si ispiri. Più tace, più offre ispirazione.
Intanto va ricordato che per i greci, per pure non brillavano per eccesso di stima nei confronti delle donne, le Muse erano dee. E guarda caso di tutto il panorama delle arti. Anche per questo mi attira sin dal titolo il delizioso libro di Maria Rosa Panté, Noi che non fummo Muse (Manni), dieci racconti di dieci donne che furono accanto a uomini famosi. Lo ammetto: ne traggo la stessa certezza che avevo maturato con i miei studi. Se furono, per le arti, le scienze e quant'altro, veri geni, dal punto di vista umano, i protagonisti maschili del libro sono quasi sempre una delusione. Accenno solo a Galileo Galilei che non volle mai sposare la donna che gli diede tre figli, Marina Gamba, e in più l'abbandonò. Così ebbe una serva e una concubina senza altri obblighi e poté disfarsene quando gli parve. Non riconobbe nemmeno le due bambine, Virginia e Livia, nonostante della prima riconoscesse le grandi doti. Le ragazze furono chiuse in convento, rispettivamente a 13 e 12 anni. Il maschio Vincenzo, guarda caso, fu riconosciuto.
Così come la Panté ci cambia rotta, rompendo uno stereotipo, altrettanto prezioso si rivela un bellissimo volume di Skira, Semiramide e le sue sorelle, firmato da Frances Pinnock. Qui balzano fuori le straordinarie donne dell'antica Mesopotamia. Un po' fa male al cuore, pensando a come si viva oggi in Iran e Iraq (anche guerra a parte). E un po' ci solleva: ci sono stati tempi migliori, e forse, allora, ci saranno di nuovo. Il saggio analizza tutti gli aspetti quotidiani della vita femminile (se erano sterili, per esempio, le mogli sceglievano spesso una seconda moglie per il marito e l'adottavano come sorella). Nella terza parte si sofferma invece su tre figure: Enkheduanna, figlia di Sargon (2335-2279 a.C.), il primo grande sovrano della dinastia akkadica; Ada-guppi, una dama babilonese nata tra il 649 e il 648 a.C.; e Semiramide, regina assira che dovrebbe coincidere con Shammuramat. Far rivivere queste donne, le cui vicende si perdono nel mito, non è impresa facile. Ma l'autrice, rigorosissima nella sua indagine, ce ne restituisce la forza. In fondo, alle loro spalle, veglia la straordinaria dea mesopotamica, madre di tutte le divinità dell'amore, della fertilità e della guerra: Ishtar/Inanna.