Nicola Vacca, Ti ho dato tutte le stagioni

18/03/2008

Il racconto in versi della malattia e del dolore vissuti e sconfitti con l’amore, di Paola Zagami

«Capiamo che esistere è lasciare che tutto accada»: in questo verso il leit motiv di “Ti ho dato tutte le stagioni”, dello scrittore e giornalista Nicola Vacca.
In libreria da pochi mesi, la raccolta di poesie edita da Manni Editori, racconta l’esperienza della malattia dolorosamente vissuta, e poi vinta, dalla moglie dell’autore.
A intervenire in merito al valore letterario del libro sono stati Mauro Mazza, direttore del Tg 2, e il sociologo Carlo Gambescia, durante l'incontro organizzato dal periodico d'informazione on-line Confronto.it di Emiliano Massimini, il 19 febbraio alla libreria Arion di Piazza Montecitorio.

Premessa d’obbligo del discorso di Mauro Mazza è l’onesta ammissione che nel complesso mondo dei mass media la peculiarità del mezzo poetico non trova spazio. La televisione generalista, imbrigliata dalla necessità di fare notizia, non può permettersi il lusso di portare la poesia sugli schermi, mentre l’editoria immette sul mercato con maggior clamore la narrativa e la saggistica di grido.
Speranza di coniugare la divulgazione poetica al mezzo televisivo è forse il digitale terrestre, con la moltiplicazione di canali tematici rivolti a spettatori appassionati a determinati argomenti. Dopo tali precisazioni, partendo dalla disincantata prospettiva di chi fa il mestiere dell’informazione, Mazza si trova piacevolmente sorpreso dalla possibilità di far riflettere e commuovere che i versi di Nicola Vacca offrono al lettore.

Il valore aggiunto del testo risiede per lui nella capacità di accorciare la distanza tra vita e scrittura, concetto più chiaro se si analizzano alcuni passi emblematici della raccolta.
Al centro del testo vi è un insolito triangolo amoroso, in cui l’intruso è il cancro che sottopone la coppia a “separazioni a stagioni”. La parola costituisce la possibile via per ritrovare ciò che con la malattia è stato perduto. E così la poesia, «un’altra lingua nella crudeltà delle cose», definisce il dolore come «l’errore fatale di Dio».
La lucidità della poesia di Nicola Vacca, che mai scivola nel patetico, rammenta a Mauro Mazza i solenni quanto intensi sonetti shakespeariani. Anche qui l’immortale poeta inglese parla d’amore e morte, ergendo la parola poetica a portatrice di senso e di salvezza.

Su altri aspetti si concentra, invece, il sociologo Carlo Gambescia. Autodichiarandosi “ essere affamato di saggistica”, in virtù del suo campo di studi, inquadra la poesia, tradizionalmente vista come “disciplina femminile”.
In un contesto di rischio d’assenza, inteso come perdita della persona amata, per Gambescia l’autore non si limita a descrivere l’inferno del dolore, ma gli attribuisce un valore di cooperazione e fusione l’un con l’altro, la cui felice conclusione sta proprio nella consapevolezza che non si è soli. La tematica del dolore come errore metafisico a cui segue il silenzio di Dio alle nostre domande, rende, inoltre l’opera di Vacca una poesia della decadenza, i cui molteplici richiami indurrebbero a una rilettura del concetto di “banalità del male” tanto caro ad Hannah Arendt.

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