Piera Mattei, Melanconia animale

28/09/2008
La concretezza delle parole, di Maria Gabriella Canfarelli

Di Piera Mattei ci affascina la concretezza delle parole, l’equilibrio compositivo del sintagma, scolpito con assoluta precisione, e il senso di responsabilità con il quale assume il “compito” di scrivere; ché, dichiara, “scrivere è diverso. Chi scrive (...) è al tempo stesso personaggio, attore, regista, tecnico delle riprese e voce fuori campo”. A tale realismo e rigore si affiancano il dono innato della levità con la quale disciplina tanto la scrittura narrativa che poetica, la prima, come del resto in buona parte la seconda, nata da piccole occasioni, coincidenze o mutuata da esperienze di viaggio, appuntamenti e incontri occasionali; scrittura robusta, allo stesso tempo, per un certo modo di di guardare, sostenuta tanto dalla predisposizione ad assorbire gesti e situazioni apparentemente insignificanti, che a farsi permeare, con un’aria fintamente svagata (la mente, la ratio sempre all’erta per cogliere sfumature e, direi, anche l’anima percettiva), e poi grattare la superficie attraverso cui ciascuno si autorappresenta.

Come un prolungamento del corpo o un movimento dell’aria, lo sguardo-antenna sonda e cattura un barlume, spiraglio della coscienza altra, oltre ogni dato prossemico, breve o lungo, casuale o abituale, sincero o camuffato. Il legame tra coscienza e coscienza, quella osservata e l’altra che osserva, genera rapporti di empatia affettuosamente ironici, mescolati alla malinconia quando la realtà, parziale, incompiuta, si lacera e appare la profondità abissale e complessa della vita. In Melanconia animale (Manni, 2008), l’ultimo esito narrativo di Piera Mattei (anche saggista e critico letterario, traduttrice, autrice per l’infanzia, coredattrice della Rivista di poesia internazionale “Pagine”), i quattordici racconti (numero che rimanda al suo giorno natale) presentano di Mattei “intatta quella freschezza del suo tono narrativo che a volte dà l’impressione di non averle raccontate lei quelle cose, quasi ironicamente rifiutasse l’importanza della loro comparsa sulla pagina. Ritroviamo tutta l’agilità di una lingua volutamente semplice, coltamente semplice, e forte, per assemblaggi lessicali, dove la forza viene poggiata su vocaboli di vistosità zero. (...). Ironica quasi sempre, più su del contesto in cui si trova, ma con intelligente semplicità;le sue valutazioni sottese sono stimolanti; è come se avesse le varie parti della terra, in una mano, e nell’altra gli organi dell’udito e della vista ridotti a lente di ingrandimento”, scrive Cristina Annino nella postfazione.
Si tratta di brevità e semplicità che addensano e dispiegano azioni e fatti originati da occasioni non eclatanti; la densità è data da attraversamenti (incontrarsi, incrociarsi, sfiorarsi) del mondo all’aperto (la strada, il momento in cui qualcuno si affianca o viene incontro al suo passo) quanto del mondo/umanità nel chiuso di un interno di antiquariato o in un convegno. Nell’apparente casualità degli incontri, nella elementarità di parole scambiate, di sguardi soprattutto, d’intrecci, Piera inclina il piano della superficie e ne trae, come in un procedimento alchemico, materia nuova: nuovo senso, pietra filosofale, trasformazione, trasfigurazione del “vile” quotidiano.

Esemplare a questo proposito è il racconto Dialoghetto. La vita e la sua traduzione - operetta: qui un maestro dialoga con un’allieva, disquisisce intorno alla poesia, lingua che “elabora pensieri nuovi, nuove immagini”, pensieri e immagini che lo sguardo interno vede “ab ovo”, nella mente. “Se ciò che scrivi e immagini è vero sulla pagina un bel giorno ti capiterà d’incontrarlo”. Qui si dice della immaginazione come qualità precipua della creatività, della facoltà di produrre percezioni dalle cose sensibili “assenti”, non visibili, non ancora, come modalità operativa della mente evocatrice. “Entrare” nelle situazioni quasi di soppiatto, appartata astante che discerne e valuta, con leggerezza, senza supponenza né presunzione vale a stabilire un’intesa, non marginale né accademica, con ogni cosa e persona e animali (abitatori dello zoo, i piccioni, i gabbiani): sguardi incidenti, traversate, deserti di gelo, voli radenti, incontri fortuiti, imprevedibili; e, su tutto, la grazia d’una scrittura anch’essa “visiva”, penetrante e prensile; premonizioni, anche, come il titolo d’una sezione cui appartiene il racconto Links-Legami, e sedimentazioni da cui “rinascono storie” perché si obbedisce a un richiamo irresistibile: entrare in un negozio di “quadri e di oggetti curiosi” e scoprire un ritratto di Lu Xun, “creatura intelligente e psichicamente esausta”, scrittore cinese amato dall’autrice, che si accinge a scrivere un commento sulla sua opera. E comprare il quadro, l’oggetto che la sta aspettando, la chiama da lontananze insondabili, misteriose; Lu Xun, superando lo spazio e il tempo, ”non sapeva che, a decenni della sua morte, in una lontana città dell’Europa, una donna che non aveva mai incontrato avrebbe rivolto ogni giorno lo sguardo al suo ritratto con amicizia e ammirazione, non poteva sapere e neppure prevedere il mio diligente lavorio alla tastiera del computer, (...) per pubblicare -presto- un piccolo libro dedicato a lui”.

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