Pietro Mita, Rosso Novecento

30-01-2009

Novecento: il riscatto dei cafoni, di Gerardo Trisolino

Sembra concepito come una rilettura della Puglia novant’anni dopo Un popolo di formiche di Tommaso Fiore questo Rosso Novecento. La Puglia dai cafoni ai no-global di Pietro Mita (Manni, pp. 208, 18 euro, con una introduzione di Girolamo De Michele e una postfazione di Tommaso De Lorenzis).
L’intento è quello di evidenziare il sacrificio compiuto dai cafoni per contribuire allo sviluppo socio-economico e politico della regione lungo tutto il “secolo breve”, quando da massa informe e plebe affamata e arrabbiata si trasformano in una classe sociale compatta e organizzata nei partiti di sinistra e nei sindacati.
Lo sguardo dell’autore si spinge naturalmente al processo di industrializzazione degli anni Cinquanta-Sessanta che, pur in mezzo a mille contraddizioni, ha favorito in Puglia la nascita del moderno movimento operaio. Infine, completa l’indagine evidenziando il protagonismo dei movimenti antinucleari, femministi, pacifisti ed ecologisti nel terzo millennio, in un quadro di progressiva crescita della scolarizzazione di massa e della fioritura di nuovi centri universitari e di una fervente attività culturale, che hanno trasformato la regione in un grande laboratorio della modernità.
Un’indagine a campione, questa di Mita, senza la pretesa della completezza, sorretta da una grande tensione intellettuale e sentimentale. Una lettura storica appassionata, non asettica (lo anticipa già il titolo) ma neppure settaria e ideologica, nonostante la marcata formazione politica dell’autore, ex parlamentare di Rifondazione Comunista, ex sindaco di Ceglie Messapica (sua città di origine) e attualmente consigliere regionale dello stesso partito. Una prova ne è l’ammirazione con cui ci restituisce, tra tanti altri, i ritratti di due formiconi di Puglia, Tommaso Fiore e Cesare Teofilato, che verso l’ideologia comunista manifestarono posizioni di radicale condanna.
E lo dichiara apertamente e onestamente nelle prime pagine del libro: «I muri sono stati abbattuti, la pars destruens si è consumata; è maturo il tempo per ragionare sul Novecento con rigore, spirito di ricerca, senza abiure». Aspetti che non gli mancano, a giudicare dai risultati di questo suo lavoro complesso e frastagliato, ricco di citazioni di numerosi libri e di riferimenti a personaggi ed eventi che hanno fatto la storia pugliese, dai coraggiosi antifascisti agli intraprendenti no-global.
Passione politica e spessore culturale sono dunque i pilastri su cui si regge questo lavoro impegnativo e avvincente, in cui il rigore della ricerca storiografica ben si coniuga con la verve narrativa dell’autore. Le referenze bibliografiche, indice di un articolato e solido patrimonio di letture, sono inserite all’interno della narrazione quasi con discrezione, senza il ricorso alle note a pie’ di pagina, per conferire leggerezza e fluidità narrativa al testo.
Non un saggio storico ha voluto scrivere Mita, ma una sorta di conversazione, di testimonianza di un protagonista di tante lotte politiche, una riflessione ad alta voce di un militante, una ricostruzione della memoria collettiva, una ricognizione di fatti e personaggi che dovrebbero costituire il patrimonio irrinunciabile di ogni pugliese.  
Insomma, un libro scritto per ricordare le numerose pagine di sangue della nostra storia, per capire come eravamo, cosa siamo oggi e dove siamo diretti nell’immediato futuro. «Al centro della trama –scrive Mita- sono donne e uomini comuni, biografie “minori” più vicine, per modo di sentire e comportamenti quotidiani, al popolo umile, minuto». Ben sei pagine di indice dei nomi corredano il volume.           
Dal Salento all’alta Murgia alla Capitanata. Pietro Mita ha scelto le città più paradigmatiche della Puglia, dai grandi centri urbani ai minuscoli paesi di provincia, per dirci che la tensione verso la modernità del Novecento e la conquista della democrazia, della libertà e della dignità umana è stata dappertutto animata dalla passione di tante anonime “formiche” che hanno dato un senso all’impegno di quei cento uomini d’acciaio di cui parlava Guido Dorso.
«Il Novecento è morto – conclude l’autore - viva il Novecento».