Roberto Maggiani, Cielo indiviso

01/06/2010

Cielo indiviso, di Anna Pennisi

Cielo indiviso è la quarta raccolta di poesie di Roberto Maggiani. La densa prefazione del poeta Domenico Cara introduce il lettore a cogliere nei versi di Maggiani «le estasi indivise», quel senso panico di annullamento del proprio esistere, quel farsi mare e cielo in una dimensione quasi mitica per acquistare una nuova e diversa fisicità, che non è più esperienza storica, ma ansia e bisogno d’Infinito. Le poesie sono raggruppate in tre raccolte, Oceano atlantico, Mare mediterraneo, Mare invisibile, quasi a tracciare un percorso dalla poesia dei luoghi, alla poesia dell’anima, dove è sempre il mare a improntare di sé il verso, ma con il tono pacato della riflessione, che sa farsi talora mestizia, talora pacificazione con l’Eterno. Il mare ha da sempre ispirato i poeti, ma qui si fa creatura, è tutt’uno con colui che lo guarda, la sua vastità dilata il tempo e lo priva della storicità dei giorni dell’uomo. La luce ha la forza della violenza («schianta al suolo»), o l’ardore festoso del calore («scintillio di sole»), ma è anche il «timido raggio» che accarezza e racchiude in un abbraccio, come in Mano di madre. La grandiosità del mare, che assurge a significato del divenire umano nella poesia Destino («Una distesa liquida in fuga / e il nulla che resta / nelle onde che si susseguono») pare non lasciare spazio a raffigurazioni di uomini e donne. Le poche presenze umane sono ritratti antichi, senza storia e vicini al Mito, come la figura de Il giovane ballerino, a cui la gioiosa ingenuità del ballo conferisce la freschezza dell’essere senza tempo, o la donna della poesia Gravidanza in cui le parole acquistano potenza e diventano materia. L’amore è sentimento toccato con la delicatezza di un vago sorriso e con l’allontanarsi di una ragazza che «se ne va da te / allungando i suoi piedi sulla spiaggia / i suoi capelli precedendola nella brezza». I versi di Maggiani sono fluidi come il “suo mare”, non hanno arguta ricercatezza di stili inesplorati, piuttosto antica e rassicurante sapienza delle parole, a cui è data consistenza di immagine e di pensiero, potere di evocazione attraverso assonanze classiche e sentire dell’uomo contemporaneo. Non è poesia per se stessa, non intimista nel senso di uno sguardo ritratto sull’interiore ma comunicativa, poesia per essere letta e goduta, riletta e portata nell’anima, come un dono. L’ansia di Assoluto del poeta è nel desiderio di perdersi e annullarsi tra cielo e mare «Sprofondo / nella sabbia vellutata - / i piedi le caviglie le gambe / finché tutto sommerso / trovo Anima – non v’è parola né suono né respiro», ma ha la castità della preghiera nell’anelito all’Eternità: nella poesia A Rimbaud, che vuol essere un omaggio al poeta amato, il silenzio e il chiarore sono lì a placare l’ansia del vivere: «Io lo capisco quel silenzio del mare / e quel chiarore del cielo / che parte da me / e non dal mare e non dal sole / ed è l’eternità / c’est la mer allée avec le soleil».

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