Sarah Tardino, Il custode

01/06/2010

Il custode, di Aky Vetere

 La silloge Il custode di Sarah Tardino è un’opera artisticamente matura, che «passa da strappi quasi epigrammatici a una forma di canto inquieto», come cita Maurizio Cucchi nella prefazione. Ma la forma, seppur “stridente”, costringe chi si avvicenda alle sei sezioni del libro, a riconoscere lo strumento poetico che indaga la profondità dove si cela il contenuto dell’opera. Sarah Tardino usa la parola come il vasaio usa l’argilla. C’è un vaso per l’acqua, e un vaso per il vino. Entrambi contengono liquidi, ma è necessario che siano di-versificati in forme differenti, perché si possano distinguere le loro proprietà chimiche. All’acqua compete il senso apollineo della vista; al vino compete prioritariamente il senso dionisiaco del palato. Proprietà fisiche e proprietà metaforiche, in poesia costruiscono il contenuto, partendo già dalla forma. Per questo il poeta usa questo stratagemma; la diversità con cui plasma le parole, sono il suo strumento maieutico e con tale misura colpisce subito il bersaglio. L’apparente dissonanza formale, a questo punto elabora un intreccio di rimandi che trovano aggancio per una dissertazione sulla apocalittica dell’uomo in funzione escatologica. Lo si trova a qualsiasi pagina del libro. Attraverso riferimenti biblici o mitologici (Isaia, il profeta annunciatore del giudizio; il mito greco delle troiane, a ricordo della eroicità della sventura a fronte della brutalità della vittoria), la risposta non è mai affidata al caso. Il destino, inscritto nella nota locuzione latina nomen omen non risparmia nessuno; per ironia neanche il poeta, con il suo nome “Sarah”, di chiara riverberanza biblica. Il significato della apocalittica si percepisce ovunque si vada a leggere; il poeta, come una strega ci introduce ai misteri per varcare la soglia del destino interdetta anche agli dei. Alcune formule dai toni alcoolici sono necessarie a coniugare il paradosso della vita che si sviluppa dentro una matrice sacra come i fianchi, rimando esplicito al Cantico dei cantici, dove l’amore sponsale, viene ospitato all’interno della Bibbia, ventre della legge di Dio: «Di notti assetate nei versi, mi dormi bendato / e la punteggiatura punta a meridione / un airone dorato; / dove le mani divise si dividono / e il sonno, una partenza, / tu, partimi dal fianco: / sia sconsacrato». E tutto questo, sia chiaro, soltanto per avvicinarci a una chiave cabalistica che incontri il sacro e il profano entro i vasi comunicanti della complessa chimica dell’uomo: «Parole numerate, quando immerse, / e innumerate, quando emerse, / affrontano le dighe / un giorno di madre terrestre. / Mi sporgo, ho i piedi d’argilla fresca / per davanzale, / e non è buccia del sesso la ninfea, / è uno screzio che sorge dallo stagno / in casa della strega». La parola allora funge da nota musicale che si unisce sponsalmente a un’altra per creare armonia e l’armonia rievoca il mito. La formula magica della strega, conduce all’effetto che genera la causa. Siamo all’atto creativo. Il custode in questo modo può chiedere al lettore la parola di passo al mistero.

 

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