Notti ed albe

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Articolo:
Giuseppe Schiavone
Notti ed albe
Questa poesia è parola creante e creatrice, naturante se non naturale, che continua a creare ogni qualvolta la coscienza si fa respiro e ascolto: gesto del porgere le mani all’orecchio e all’occhio, per scrutare ascoltando. È il gesto affine al senso «attivo» della parola poetica: scrutare le cose che si vedono, perché diventino non cose, ma volti, inclini a nidificare avvolti nelle mani.
Carlo A. Augieri
info-copertina
Notti ed albe
anno: 
2008
pagine: 
48
isbn: 
978-88-6266-030-3
Introduzione di Carlo A. Augieri
Giuseppe Schiavone è storico delle dottrine politiche e filosofo. Docente presso l’Università del Salento, è studioso della Rivoluzione inglese, del suo progetto politico e della genesi e maturazione dei principi etico-giuridici dell’età moderna. Ha pubblicato in questo campo vari volumi scientifici. È tra i fondatori del Centro di Studi Utopici.

PRIMI VERSI

A Castro Marina, d’Agosto

Scorrono lente a Castro le giornate d’Agosto
a fatica
macerandomi
piene d’angoscia e strazio
eppur con speranza, e preghiera,
guardando te, e il mare azzurro
delicato
splendidamente dolce
nei colori dell’aurora
mai essiccati dall’urente sole
che avanza verso mezzogiorno

Nella notte, nel sogno
ho trovato le tue labbra la tua bocca

All’alba
ho accarezzato a lungo il tuo corpo
le tue forme
(sul seno violate come da sciabolate furenti)
con baci leggeri e fuggenti
le ho vezzeggiate
dal nostro intimo amore sgorganti

Fino al meriggio
il desiderio crescente gonfio
ha riempito l’essere
il tuo il mio
sino a fonderci nell’Uno
stupendamente gridato
irresistibilmente lodato
Un po’ estate un po’ inverno

Una pioggia batte le pietre, sospiri d’angoscia
sciagura dell’inganno, della finitudine
ostile fu quel corpo appena io lo vidi
la sua anima, il suo soffio
e non vissi

Celeste cielo
su tramonto di fuoco
essenza d’amore
di cui la dolcezza mi ferisce
di cui lo strappo m’atterrisce

Parole dolorose
destino vano si vedrà
poiché un cuore senza forza
non può più cantare

Un po’ estate un po’ inverno
scacco bianco scacco nero
spogliato esiliato di te privato
la tua vita se ne fugge
e mi rende schiavo
dell’incombente sciagurato accadere
del silenzioso attonito strazio
che l’aria riempie

Tenue la voce s’effonde
fuggendo al lampo del pensiero
di disfatta terra, di decomposta polvere
dispersa in deserti
in miraggi di speranza e zelo,
torna al Principio, un bagliore,
ma poi ricomincia lo spasmo
l’amaro sudore,
con spogli desideri
intesse il velo dell’abbandono
s’interna il male
partorisce la nuova stagione

Pietà mi consuma
d’orizzonte infranto, frugando nella mente
nella pur ripetuta alba
in cui si spande il doloroso rimpianto

Piango e fremo. Nascosto.
Nemica sì nemica è colei ch’io vorrei amare
portandomi guerra
crudeli lance mi conficca
con furenti attacchi e mille grida
come raccolte da antiche battaglie
e nuove

Cerco ancor cerco
nello stretto sentiero che s’alza sulla vetta
il rovo infiammato
per ascoltar Parola

Rispondimi Signore
rispondimi,
o madre accorri
io non posso più parlare

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