Alessandro Puglia, L'ombrellone

21/12/2007
L'anima che non ha dimora, di Alessandro Canzian

Si potrebbe perfino parlare a proposito di Puglia di accenti quasi "casti" se questo aggettivo non avesse ormai delle implicazioni moralistiche qui assolutamente assenti. Tenerezza e leggerezza, ricordo e passione, colori e pensieri formano un caleidoscopio equilibrato ed armonico (il che non toglie naturalmente che non ci siano accenti diversi d'inquietudine e di dolore)...
(Dalla prefazione di Umberto Piersanti).

Alessandro Puglia ha ventidue anni, catanese ma attualmente residente a Urbino, laureato in Lettere e Filosofia; L'ombrellone è il suo primo libro di poesia edito da Manni editore e autorevolmente prefato da Umberto Piersanti. Una raccolta di versi teneri e sinceri, maturabili ma già incisivi, dalla forma equilibrata in una semplicità che tutta fa gioco a un tono lieve e quasi sussurrato. C'è una solitudine e una malinconia di fondo in questi versi. Una solitudine e una malinconia vissute più che pensate (inevitabile conseguenza di un'età giovane) e che tra le pagine dell'editore leccese trovano la promessa di un futuro poetico più che un esito attuale vero e proprio. Nonostante emerga senza alcun dubbio dal magma dello "scritto" dei verseggiatori della sua età.

Gentile Alessandro Puglia, innanzitutto, cosa ha significato per lei scrivere un libro di poesia?
Una raccolta di poesie prende forma nel momento in cui, come scriveva il Montale "critico", si verifica dentro il poeta un'accumulazione interiore. L'ombrellone nasce da questo depositarsi di esperienze, umori e dolori, distacchi violenti e dolci attese, un viaggio vissuto nella sua pienezza che una volta terminato lascia dietro sé solitudine e desolazione. Sola e desolata è d'altronde la spiaggia della mia memoria, solo e al centro di quella spiaggia l'ombrellone dai pendagli inumiditi che il tempo ha portato via. Dunque la calda stagione che finisce, quella stessa dell'adolescenza: l'estate ripensata dall'inverno senza quei lungomari pieni di gente o quelle sdraio appollaiate tra loro.
Il fatto che si parli di "vissuto" è chiaro e non parlerei di una inevitabile conseguenza di un'età giovane. La poesia nasce principalmente dalla vita, secondo quello stretto binomio di cui parlava Carlo Bo, che è proprio Poesia e vita. Peccato che oggi alcuni poeti questa lezione l'hanno dimenticata, metodologia di un culturame passivo e apatico. La mia poesia dunque è decisamente "vissuta", volontariamente o involontariamente. Un vissuto che è memoria e dolore, un esito compiuto che trascende un semplicistico discorso sull'età. Un grido fatto anche di silenzi.

Quali sono gli autori contemporanei e/o dell'immediato passato che più influiscono sulla sua scrittura? E perché?
Quando andavo al Liceo, la mia professoressa leggeva e spiegava il Montale della Primavera Hitleriana, ma io preferivo sfogliare il Montale dei fischi, dei cenni e dei colpi di tosse. Di Montale avevo subito individuato quei frammenti, quei frantumi, quegli ossi di seppia che si depositano sulle spiagge o che galleggiano a riva. Scendemmo insieme tante volte è un richiamo al poeta ligure così come in Incontro tra quei vicoli e quelle strade liberate dal mare. Questi frammenti si uniscono però in un dettato preciso e verticale. Ed ecco la lezione di Sandro Penna o David Maria Turoldo: una poesia "bianca" ma sempre intrisa di una forte dimensione esistenziale. C'è poi l'amore per una tradizione letteraria forte come quella siciliana. Non mi riferisco soltanto a Quasimodo, ma ad un romanziere che nasce come poeta: Gesualdo Bufalino e il suo Amaro miele scritto tra il '44 e il '45 ma pubblicato nel 1982. Tra i contemporanei che seguo sempre attentamente, alcuni (non più di otto o nove) gli autori amati, tra i più Umberto Piersanti e la difesa di quella dimensione lirica, idilliaca ed elegiaca che la contraddistingue.

Piersanti giustissimamente definisce la sua poesia con i termini "tenerezza" e "leggerezza". Questa timidezza di fondo che poi si riflette nella forma è una "causa" o una "conseguenza"?
Non credo ci sia timidezza. Versi come Trascinava lenta la morte tra le sue ruote riferiti a una macchinetta di legno non mi sembra lascino trasparire timidezza. Quella tenerezza poi di cui parla Piersanti è una tenerezza struggente: un dolore che non ho paura di manifestare. Un dolore che si unisce all'universale senso delle cose, entrando così nel mondo totale del ricordo.
Attraverso la "leggerezza" come condizione dell'essere, ritrovo davanti quegli oggetti a lungo custoditi, sento di riunirmi a quei simboli della mia memoria: le foto di famiglia e gli scaffali dei primi amori.
È proprio vero, sembra così strano sentire parlare un giovane del passato...

Lei chiude il suo libro con i versi: Ma cerca casa / l'anima che non ha dimora.
Sì. Una voglia smisurata di ricerca. Una "disperata vitalità" che non riesce mai a colmarsi. In questi versi, sicuramente anche la nascita di prospettive nuove, non solo stilistiche. Quando scrissi quella poesia mi trovavo a Milano, non riuscivo a dormire e delle volte la poesia è una forza a cui non puoi resistere. Nonostante si rinvii sempre ad un tempo migliore, "sedimentato". Quell'idea di bellezza è anche un riferimento alla poesia romantica di Keats: Beauty is truth, truth beauty, / that is all Ye know on earth, and all ye need to know. La Bellezza è Verità: questo ciò che noi sappiamo sulla terra e tutto ciò di cui abbiamo da conoscere. Quella dimensione romantica che credo non sia poi così lontana: Ma cerca casa, l'anima non ha dimora.

Il mio unico dettato...

Il mio unico dettato
è vedere questa luce che ti abbraccia
in un reticolo di tegole marine,
il mio sterno sul tuo sterno.

Con i ghirigori rossi e verdi
anche il costume grigio
sembra un arcobaleno:
lo guardavamo tutti prima di pranzo
o dopo,
sopra il letto a castello
fantasticavo la prima giovinezza.

La tua radiolina, l'ultima volta
l'hai lasciata accesa.

Ritorno

Saltato il pericolo,
adesso sono
a casa.

E cerco la stoffa grigia
del divano,
e apro uno scaffale
per vedere
il metro che misura la vita
accanto
al boccale delle lacrime
coi fiori di bronzo.

Su quella vecchia panca rigida
mi hai trovato addossato per ore.

Frantumi di maggio

a Sarah

La parola amarti
è appesa a questi giorni
come panni ammassati
ad orologi.

Mi stacco dal piedistallo
del mondo
fingendo di capire,
fingo anche di conoscerti.

La parola amarti
è appesa tra questa distanza
percorsa da noi.

E mi sento capace per la prima volta.

La parola amarti
è così cosparsa tra noi.

Incontrare la parola di notte...

Incontrare la parola di notte
è lasciare che un fiato
percorra la nostra vita.
Sei di questa città
l'enigma irrisolto,
un'idea fissa di bellezza
che insegue, mi insegue
nello specchio dei ricordi.

Ma cerca casa
l'anima che non ha dimora.

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