Corrado Sobrero, Nevica sull'Isola di Baro

01/10/2006
Senza facili approdi, di Claudia Carmina
 
Un’isola inospitale, senza facili approdi, coltivata a canna da zucchero e abitata da trentasette famiglie, è lo spazio chiuso e circoscritto scelto da Corrado Sobrero come luogo d’ambientazione per il suo primo romanzo, Nevica sull’Isola di Baro. La vita dei membri di questa piccola, autarchica comunità, fondata su un’isoletta brasiliana da una ciurma di facinorosi capeggiati da Pedro il Baro, qui confinato per ordine di Ferdinando Magellano, è dominata dalla solitudine e dall’inerzia esistenziale.
I ‘duecento anni di solitudine’, trascorsi dalla mitica fondazione dell’esotica Macondo settecentesca immaginata da Sobrero, trascorrono senza mutamenti, favorendo il conservatorismo e istillando una verecondia bigotta nel cuore degli abitanti di Baro. Infatti, a differenza di quanto avviene nel romanzo di Marquez, che nondimeno costituisce il modello romanzesco più scopertamente esibito da Sobrero, la marginalità geografica di Baro non si qualifica né al pari di un argine protettivo né come una difesa contro gli influssi nefasti della storia. Semmai, l’esclusione dà la stura ad un irrigidimento dei costumi, fomenta l’immobilismo e condanna gli indolenti isolani a soggiacere al regime oscurantista ed austero, istituito dall’Arcidiacono, Monsignor Ribeiro: questi, predicando “astinenza ed espiazione”, vieta persino la semplice esposizione di un colore acceso e “diabolico”, qual è, a suo avviso, il giallo.
Eppure, l’inopinato arrivo sull’isola di cinque rizomi sconosciuti, comprati da Hugo, il Negociador, con i proventi della coltivazione della canna da zucchero, spezza la monotonia del tempo ciclico e sempre identico a se stesso, in cui si approfondisce l’intera gamma di solitudini, individuali e collettive, consumate nel silenzio sospeso dell’isola. Il passaggio dalla coltura della canna da zucchero alla coltivazione dei nuovi rizomi, da cui nasceranno le banane, “frutti maledetti” e proibiti ma “dal sapore nuovo e piacevole, pastoso ed avvolgente, profumato e morbido” (p. 82), segna così la svolta verso la libertà e l’innovazione, mettendo in moto un’inarrestabile catena di eventi mirabolanti che trasformeranno per sempre la vita di Baro.
Dal coro degli abitanti, che commenta via via il succedersi di accadimenti tanto inaspettati, quanto straordinari e meravigliosi, si isolano volta a volta le voci inconfondibili dei protagonisti. Si tratta di donne appassioniate e ribelli, come Evangelina che, attraverso un sotterfugio, riesce ad ottenere la carica di Governatore; di infaticabili sognatori e innovatori, qual è Hugo il Negociador; di disubbidienti, come Paco, la cui morte presunta è testimoniata dal ritrovamento di un cadavere “caramellato di zucchero e melassa”, ma che, nel finale, riappare sotto le mentite spoglie di un salvifico “Straniero”.
Per questi ultimi, la conquista della libertà passa attraverso l’avventura formativa del viaggio in mare, che si profila alla stregua di un’esperienza di conoscenza e di rinnovamento. Il romanzo si apre allora al resoconto di affannose peregrinazioni attraverso le rotte impervie dell’oceano, solcato dalle navi dei pirati e dai bastimenti dei mercanti; si concentra sulla descrizione di sinistri borghi marinari, pullulanti di osti e di taverne dai torvi nomi romanzeschi, in cui, per sorte o per destino, possono verificarsi incontri insperati o improbabili ritrovamenti.
E tuttavia il fuoco della narrazione resta sempre puntato prioritariamente su Baro e anche chi si allontana dall’isola finisce poi col farvi ritorno, per raccontare ai concittadini ciò che ha visto e sperimentato. L’affabulazione procede incalzante per quadri staccati, per brevi capitoli, attraverso un periodare lucido, spezzato e conciso, pedinando da presso i personaggi, seguendo la giostra dei loro frequenti andirivieni, mentre lo stile “formulare”, le continue ripetizioni, i moduli epici alimentano l’alone mitico e leggendario che avvolge le vicende narrate.
Tra dialoghi estremamente concentrati e allusive didascalie, tra colpi di scena e ribaltamenti, orchestrati da un’impeccabile regia romanzesca, si va snodando una complessa storia di travestimenti, di menzogne e di falsificazioni. I protagonisti, infatti, raccogliendo l’eredità del progenitore Pedro il Baro, allestiscono un complicato gioco di inganni e di sostituzioni e s’improvvisano narratori di racconti meravigliosi e non sempre attendibili.
Sobrero, scegliendo di assumere su di sé il ruolo del narratore onnisciente e mantenendo la neutralità di un divertito demiurgo, con leggerezza ed ironia intreccia insieme i diversi fili della narrazione, intesse una rete vibrante di infinite possibilità romanzesche e di inattesi ribaltamenti di senso. Nel finale pirotecnico dell’opera, si assiste ad un’esplosione di colori e sentimenti, al deflagrare di amori e di passioni, che, per un grottesco paradosso, si consumano segretamente proprio nei pressi della tomba in cui è sepolto il corpo avvizzito dell’Arcidiacono. Il miracolo conclusivo della neve che scende a coprire il suolo dell’isola sancisce e cristallizza l’avvenuta metamorfosi di un mondo rinnovato:
Fu allora, che cominciò a nevicare.
[…] Nessuno aveva mai visto niente del genere, a Baro, se non immaginandolo dalle parole dell’antica leggenda, Nostra Signora della Neve. Ma nessuna aveva davvero immaginato che fosse così bella la neve.
Era bella la neve, ed era fredda e bagnata, polposa e bianca. Non si può catturare la neve, perché la prigionia la trasforma in acqua, né si può mangiare ma solo gustare brevemente, prima che sciogliendosi diventi semplice acqua fredda.
La neve è come il tempo, pensò Pablo, in quel momento il naso in alto.
La neve è come il tempo, e ogni fiocco è da godere in fretta, sul momento, prima che diventi solo acqua fredda. E tutti i fiocchi insieme cambiano un paesaggio, ma da solo, un fiocco, dura poco e non cambia nulla (pp. 210-211).
 

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