Grano o grane

08/02/2006

Cosa accadrebbe in Italia se pane, pasta e pizza diventassero OGM? 


Cosa accadrebbe in Italia se pane, pasta e pizza diventassero OGM? L’interrogativo, nato dalla richiesta di Monsanto di immettere sul mercato frumento transgenico, è stato posto dal Consiglio dei Diritti Genetici (CDG) a imprese e organizzazioni di categoria del sistema agroalimentare italiano e a istituti pubblici di ricerca. Risultato: l’iniziativa Grano o Grane avviata dal Consiglio dei Diritti Genetici, promossa da Coldiretti, AssoCAP, CNA Alimentare, FLAI-CGIL, COOP, in rappresentanza della filiera agroalimentare nazionale, e sostenuta finanziariamente da molte aziende del settore , ora narrata dal libro Grano o Grane (a cura di Luca Colombo - CDG, Manni Ed., 240 pagine, 16 euro).
L’iniziativa Grano o Grane è dunque il frutto della collaborazione di forze sociali, imprenditoriali e della ricerca pubblica: un’associazione della società civile che sollecita aziende e organizzazioni di rappresentanza del sistema agroalimentare a mobilitare risorse e interesse, affidando a istituti pubblici scientifici e accademici il lavoro di approfondimento, accompagnandolo a un dialogo transatlantico sull’opportunità di introdurre in commercio una tecnologia controversa.
La richiesta avanzata dalla Monsanto per il frumento Roundup Ready alla fine del 2002, ha infatti segnato uno spartiacque decisivo nel campo dell’ingegneria genetica interessando un alimento base della nostra identità gastronomica e culturale a differenza delle odierne colture transgeniche per lo più destinate al consumo animale o comunque lontane dalla nostra tradizione alimentare. Di grano sono fatti il pane, la pasta e la pizza che ogni giorno compaiono sulle nostre tavole, più di due etti di prodotto a testa. E di grano sono fatti i miti e i riti su cui si fonda la nostra cultura e la nostra identità storico-culturale, stereotipata o meno che sia, in Italia e all’estero.
Il libro ricostruisce le tappe della mobilitazione italiana e planetaria così come le ragioni della fallita introduzione sul mercato di frumento biotech e, attraverso una raccolta di saggi monografici, affronta il caso grano OGM nelle sue ricadute in campo economico, nutrizionale, agricolo e culturale.
Nel saggio dell’antropologa Annamaria Rivera, docente della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari, si mostra come il grano sia centrale nella costruzione dell’identità culturale del Mediterraneo, in cui miti pagani e riti cristiani si sono alternati nell’eleggere il frumento a coltura simbolo del sacro.  Volano di cultura materiale e di rivendicazioni sociali, il frumento ha dimostrato di essere buono da mangiare proprio perché buono da pensare, per dirla con Lévi-Strauss, e oggi la società non può più prescindere dal chiedersi in che modo la manipolazione genetica di un alimento come il grano possa incidere sulla sua stessa capacità di produzione simbolica e culturale, e se possa continuare ad essere buono da pensare.
Il viaggio del grano ha notoriamente valicato tutti i confini geografici e gastronomici. Come sottolineato nel saggio di Luca Colombo, curatore del libro e membro della Direzione Tecnico-Scientifica del Consiglio dei Diritti Genetici, oggi il frumento contende al riso il suo primato agroalimentare nel mondo, assumendo una dimensione planetaria e alterando i regimi dietetici di quei paesi dove non si coltiva la pianta e non è tradizione nutrirsene. La ricerca sul grano transgenico è tuttora in larga parte appannaggio delle grandi aziende biotecnologiche; solo pochi centri del sud del mondo hanno avviato campi sperimentali, facendo i conti con le difficoltà tecniche dell’ingegnerizzazione del frumento e con i limiti rappresentati dagli sbarramenti brevettali e dal costo di ricerca & sviluppo, che per una varietà transgenica da portare sul mercato si aggira intorno alle decine di milioni di dollari.
Quali potrebbero essere le conseguenze dal punto di vista nutrizionale della manipolazione genetica di un alimento così diffuso? A rispondere è lo studio di Marina Carcea, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Ricerca sugli Alimenti e la Nutrizione, che osserva: “Se consideriamo la situazione italiana e analizziamo i dati di consumo effettivo degli alimenti a base di, o che hanno come componente il grano, sia duro che tenero, è ragionevole pensare che, vista l’alta presenza di questi prodotti nella dieta degli italiani, qualunque eventuale effetto tossico, acuto o cronico o allergenico, che potrebbe essere dovuto alla presenza di grano transgenico negli alimenti, debba essere tenuto in seria considerazione.”  Passando sul piano della normativa, in Nord America l’iter autorizzativo resta tuttora oggetto di numerose obiezioni da parte di diversi studiosi, in quanto non si svolgono analisi indipendenti sugli OGM da autorizzare e le Agenzie come la statunitense Food and Drug Administration (FDA) - l’equivalente del nostro ministero della Salute - si limitano ad acquisire la valutazione delle ricerche condotte dalle stesse aziende e a far leva sul principio della sostanziale equivalenza fra coltura OGM e coltura convenzionale. È questo il caso del frumento Roundup Ready, per il quale l’unica autorizzazione al mondo ad oggi concessa è quella della FDA che ha considerato completa la consultazione sulla base di dati e informazioni fornite dalla stessa Monsanto, cui viene demandata ogni responsabilità nel garantire la sicurezza. 
Oltre all’aspetto nutrizionale, i dubbi sul grano OGM investono anche quello economico. Secondo lo studio realizzato a firma di Simone Vieri e Caterina Cucinotta, Presidente e funzionario dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria, la sua introduzione non avrebbe alcuna ricaduta positiva sul sistema agroalimentare italiano, riccamente articolato in piccole e medie imprese fortemente radicate sul territorio, tanto che, si ricorda nel testo, ben 7.000 degli 8.100 comuni italiani vedono la presenza di almeno un’azienda di trasformazione agroalimentare. Riguardo alla possibilità di coltivazione di grano transgenico, considerata l’elevata domanda di frumento da parte delle aziende di trasformazione che l’agricoltura nazionale non è in grado di soddisfare, tanto più dopo la recente applicazione della Riforma della PAC, il frumento transgenico non sembra capace di presentare nel breve-medio termine una soluzione competitiva.
Il tema dell’introduzione agricola di grano transgenico e della ricerca che la ispira, è affrontato nel saggio di  Oriana Porfiri e Riccardo Bocci, agronomi ricercatori che hanno realizzato l’indagine nel quadro di una collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze. La grossa estensione della coltivazione nazionale di frumento, l’assenza di studi sul flusso genico verso la flora spontanea, le incognite legate alla dispersione del transgene, sono alla base delle preoccupazioni che si possa produrre inquinamento genico. Restano aperte, inoltre, la questione della proprietà intellettuale, in cui il brevetto rappresenta un vincolo all’avanzamento scientifico e tecnologico, e quella della “fascinazione” per il biotech, che erode energie e capacità alla ricerca sul breeding classico, che a detta degli esperti del settore continua a rappresentare ancora oggi la via più razionale da percorrere in tema di miglioramento varietale, in una situazione in cui la ricerca pubblica evidenzia limiti sia in termini di investimenti che sotto il profilo degli orientamenti strategici.
“In questa impresa l’Italia può svolgere una funzione di avanguardia sia rispetto all’Europa, sia nel bacino mediterraneo sia nel dialogo interoccidentale fra Europa e Nordamerica, come in quello fra Europa e l’Est, il Medioriente e l’Africa”scrive Mario Capanna, presidente del CDG, nella Prefazione, che aggiunge: “chiunque sottovaluti il legame inscindibile dei rapporti tra alimentazione e cultura, fra l’una e l’altra e gli stili di vita che ne risultano, commetterebbe un errore deleterio. Cancellare l’identità millenaria che il grano ha contribuito a costruire, ci renderebbe come alberi dalle radici tagliate”.

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