Martedì 28 maggio alle ore 17,30 Presso il Teatro Argentina di Roma si presenta il volume Ai...
INCIPIT
Sui colli Albani sono fioriti i ciliegi. Gridano al cielo un candore esplosivo come di shrapnel primaverili. Dalle forre dei monti Lepini sbucano e si distendono i brontolii del cannone, tuoni azzurri che fanno impazzire le rondini tra Cisterna e Velletri.
A Roma c’è fame. Qui si trovano uova, cacio, ricotte, pecore. Gualtiero cresce sano e robusto; corre nell’orto, s’infila in mezzo alle canne, prende lezioni dal prete con gli altri ragazzi: tabelline, grammatica e catechismo; tornerà a scuola quando la guerra sarà finita. Anna, la madre, viene a trovarlo tutte le volte che può, ma non è più facile come una volta; ogni viaggio è una mezza avventura. A Roma il lavoro è poco; riesce a racimolare qualcosa restringendo i vestiti, trasformando cappotti vecchi in giacconi che sembrano nuovi, applicando toppe quasi invisibili ai pantaloni. Ha vista buona e mani preziose, Anna; dita sottili che sanno fare acrobazie con il filo e l’ago.
Gualtiero con i nonni sta bene. C’è anche la zia Mariuccia che ha quasi dieci anni più di lui e si vedeva di nascosto con un ragazzo che poi si è arruolato con la divisa verde, gli stivaletti e il baschetto nero. L’hanno mandato nel Veneto. Partendo le ha detto che tornerà dopo la vittoria, si sposeranno e andranno in Africa a costruire le strade di Mussolini.
Gualtiero ha gli occhi e i capelli neri. È agile, asciutto. Una volta si è arrampicato sul tetto a guardare i voli degli aeroplani. Si rincorrevano, s’incrociavano, tagliavano fette di cielo, mandavano barbagli di sole, diventavano punti neri e poi tornavano ad avventarsi. Uno era caduto giù in verticale, trasformato in un filo di fumo. Era sparito sotto l’orizzonte.
Tra poco i campi saranno pieni di botton d’oro e poi spunteranno i papaveri. Gualtiero è nel prato, aiuta la nonna a raccogliere la cicoria. C’è un grande aereo lucente che si avvicina. Ha quattro motori, ali lunghe e l’abitacolo trasparente per la mitragliatrice. Il mitragliere si chiama William ma tutti lo chiamano Bill. Vede Gualtiero e la nonna che si sono raddrizzati, guardano la Fortezza volante così bassa, così vicina. Con la mano riparano il sole. William ruota la mitragliera, inquadra i due nel mirino. È un gioco. È l’attimo in cui tutti i secondi corrono a incastrarsi l’uno nell’altro e il tempo si ferma, segnato per sempre. William schiaccia il pulsante, tutti i secondi che si erano radunati in quella sosta del tempo escono velocissimi dalla canna, vogliono riprendersi lo spazio che hanno perduto, trapassano Gualtiero e la nonna, i secondi diventano sangue, schizzano l’aria e il prato. I rami dei peschi aduncano il cielo, lo stracciano, lo percuotono senza riuscire a fermare l’uccello d’argento che si allontana nel grigio delle colline.
Martedì 28 maggio alle ore 17,30 Presso il Teatro Argentina di Roma si presenta il volume Ai...
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