Ti ho dato tutte le stagioni

€9,00
Articolo:
Nicola Vacca
Ti ho dato tutte le stagioni

Non sapevo che mi avrebbero / salvato le parole, quando / ho iniziato a scrivere / del cancro, del suo veleno / che ti stava bevendo la vita: pochi versi che introducono tutti gli altri. Quelli che prima e dopo, con la forza nuda della verità, espressa in termini il più possibile vicini ad uno spoglio perché estremo diario quotidiano, raccontano l’inferno di chi vive la tragedia d’un improvviso, selvaggio impazzimento delle cellule. Scrivere diventa quasi una strategia sacrificale, il solo modo che lui abbia di vivere la malattia di lei, facendo di due uno e di quell’uno tutto l’orizzonte. È la coppia che trionfa sull’abbattimento, sullo strazio, sul precipitare dello sconforto.

 
Antonio Debenedetti
 
 
 
 
info-copertina
Ti ho dato tutte le stagioni
anno: 
2007
pagine: 
48
isbn: 
978-88-8176-967-4
Prefazione di Antonio Debenedetti

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle nel 1963, vive e lavora a Roma. Laureato in Giurisprudenza, è scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste.

PREFAZIONE

La lettura di queste poesie comporta l’accettazione di un’idea laica dell’inferno come solitudine, come separazione dall’altro. L’inferno è la perdita dell’altro. Si tratta di un assunto semplice nella sua terribilità e Vacca ne conosce tutta la portata.
La coppia, nel tormentato presente di questa nostra epoca di transizione, è l’unità di misura dell’amore. La coppia è l’amore. Ecco il punto. La vitalità di questo amore, puro proprio perché essenziale anche nella sua materialità, non può essere messa in discussione. È sotto gli occhi di tutti, grida dalle pagine dei romanzi, ritorna nei film. Parla di sé nelle cronache dei giornali, dove vengono a specchiarsi senza infingimenti le passioni della gente comune. L’amore, che fa l’unità della coppia, non solo resiste ma trae addirittura forza dalla conclamata crisi dell’istituto matrimoniale. Quella che si preannuncia in molte celebri pagine della narrativa del diciannovesimo secolo.
Lo sappiamo, lo vediamo. Intanto che la famiglia riflette timorosa su se stessa, confrontandosi con l’impazienza e la ferocia delle nostre nuove città e chiedendosi quale potrà essere il suo domani, la coppia attraversa forte della sua insostituibilità una nuova giovinezza. Nata ai primordi della specie conosce adesso una fertile primavera. La coppia, ecco il punto, non sembra avere alternative. O questa monade a due facce o l’inferno della solitudine, del silenzio, dell’abbandono. Ancora. La coppia, quell’essere in due facendo di due tutto un mondo, sembra quasi la risposta a quella solitudine folle, estrema, che arma l’odio omicida dei kamikaze.
Restiamo a questo libro. Una donna, scoprendosi malata, rivive con una nuova, più matura passione il rapporto col suo uomo e lui soffre il dolore di lei fin nel profondo suo essere, dove nemmeno le lacrime a volte riescono a giungere. Dietro questo diario, l’autore lo sa con la consapevolezza anche dell’uomo di lettere, c’è l’ombra d’una presenza muta. La presenza della tradizione culturale del nostro Occidente. Confrontarsi avrebbe significato tacere, soccombere alle ragioni della retorica. Vacca si strappa il bavaglio con le mani d’un innamorato che fa parlare le parole senza paura delle parole. La sua vittoria è anche in questo coraggio prima di tutto umano.

Non sapevo che mi avrebbero
salvato le parole, quando
ho iniziato a scrivere
del cancro, del suo veleno
che ti stava bevendo la vita

Pochi versi, forse nemmeno i più belli d’un libro dal vero, che introducono tutti gli altri. Quelli che prima e dopo, con la forza nuda della verità, espressa in termini il più possibile vicini ad uno spoglio perché estremo diario quotidiano, raccontano l’inferno di chi vive la tragedia d’un improvviso, selvaggio impazzimento delle cellule. Non è però, quello di lui che scrive, un egoistico esorcismo della sua pena di spettatore impotente della vicenda clinica d’una moglie che si intuisce dolce e coraggiosa. Tutt’altro. Scrivere diventa quasi una strategia sacrificale, il solo modo che lui, il marito, abbia di vivere la malattia di lei, facendo di due uno e di quell’uno tutto l’orizzonte. È la coppia, desidero ripeterlo, che trionfa sull’abbattimento, sullo strazio, sul precipitare dello sconforto.

In questi inverni scuri
al bianco di una pagina
chiediamo il coraggio di guardare avanti

Altri ragionamenti sarebbero superflui, fuori luogo. Finirebbero con l’asciugare la commozione, col togliere slancio alla solidarietà, che devono invece accompagnare la lettura di questa raccolta. È come se ogni componimento di questo breve libro, così pudicamente privato, sottendesse una domanda forte come un rinnovato giuramento d’amore: senza di te, mia compagna e mia vita, che sarebbe di me?

Antonio Debenedetti

 

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Prima di tutto una confessione. L’amico poeta Nicola Vacca mi ha gradualmente ricondotto all’apprezzamento della poesia. Impresa ardua. Soprattutto quando ci si rivolga a un affamato lettore di saggistica, spesso per necessità, come chi scrive. E di questo gli sono grato.
Ora però devo parlare, e ovviamente non da critico, di questa sua ultima raccolta, Ti ho dato tutte le stagioni (Manni 2007, pp. 48, euro 9,00 – info@mannieditori.ithttp://www.mannieditori.it/ ).

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“La lettura di queste poesie comporta l’accettazione di un’idea laica dell’inferno, come solitudine, come separazione dall’altro”, scrive Antonio Debenedetti nella Prefazione a Ti ho dato tutte le stagioni di Nicola Vacca (Manni, 46 pagine, 9,00 euro). Scrivere, in questo caso, significa attraversare le parole per ridisegnarne lo spazio interiore: si tratta di una vera e propria riscoperta di una geografia intima a due.

Nicola Vacca, Ti ho dato tutte le stagioni

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29/05/2008 - farapoesia.blogspot.com
Noi siamo le parole che pronunciamo, di Alessandro Ramberti
 
Queste poesie tratte da Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni, 2007) hanno un timbro essenzialmente lirico ma l'Autore non ci offre solo una “analisi” o un diario dei sentimenti, delle passioni forti (tragiche direi) che marcano la vita, ma pure riflette sul modus poetico, sulla forza e sui limiti della parola che serve a definire e a definirci («siamo le

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